La rubrica È Tossico – in formato podcast per Quarto Piano e prodotta dal settimanale Mondo Padano – è cura della giornalista Beatrice Silenzi – direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
Questa società ci insegna che correre è l’unico modo per non cadere, che il sacrificio è il prezzo obbligatorio per raggiungere l’eccellenza.
Ma cosa succede quando la corsa diventa l’unica ragione di vita?
Quando la dipendenza dal lavoro si fa manifesta, non toglie solo la salute in un colpo solo, ma erode il tempo libero, allontanando affetti e persone care, trasformando l’essere umano in un ingranaggio perfetto, un motore instancabile che produce ricchezza ma che smette, lentamente, di abitare la propria felicità.
Questa è la nuova rubrica podcast per Quarto Piano, prodotta dal settimanale Mondo Padano che, partendo proprio dal mio recente saggio “È Tossico: Viaggio nelle Dipendenze e nei Comportamenti Devianti” racconta storie di dipendenza dei nostri tempi, che toccano e, purtroppo, impattano su rapporti e relazioni.
Dietro la maschera dello stacanovismo non c’è quasi mai solo il desiderio di guadagno. Spesso, nel profondo, si nasconde una fragile autostima che ha bisogno di conferme continue per sentirsi viva, mentre il proprio valore viene identificato con i risultati raggiunti, con la posizione occupata, con la targa sulla porta.
Il lavoro smette di essere un’attività e diventa fuga programmata per non affrontare problemi familiari, crisi esistenziali o quel senso di solitudine che affiora non appena il rumore della produzione si placa.
È il bisogno di un controllo assoluto su una realtà prevedibile per nascondere il timore che, senza la propria presenza vigile e costante, tutto il mondo circostante possa crollare.
La guarigione da questa sindrome non è una rinuncia all’eccellenza, ma un ritorno alla realtà.
L’unica terapia possibile è quella che scardina la convinzione tossica che il successo professionale coincida con il valore della persona.
Significa avere il coraggio di guardare in faccia traumi e paure che spingono a fuggire verso la scrivania.
Richiede l’imposizione di regole ferree e passa attraverso la riscoperta della fiducia negli altri. La famiglia deve tornare a essere il nucleo intorno a cui ruota l’esistenza, reintegrata come parte attiva e vitale della propria felicità.
Perché, in ultima analisi, guarire dallo stacanovismo non significa smettere di essere bravi imprenditori o professionisti stimati, ma fare un passo indietro per riscoprire il piacere di essere uomini e donne capaci di abitare la propria vita,
Perché il lavoro è un fuoco che scalda la vita, ma che se lasciato divampare senza controllo, finisce per consumare l’ossigeno di ogni cosa intorno, lasciando dietro di sé solo la cenere di ricordi non vissuti.
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L’ufficio di Silvio non era una stanza, era quasi un santuario di mogano e vetro, all’ultimo piano della fabbrica di famiglia. Da quando aveva preso le redini dell’azienda, il ticchettio degli orologi alle pareti aveva smesso di segnare il tempo per scandire vision, obiettivi, fatturati, scadenze.
La sua dedizione era la massima forma di nobile rispetto verso l’eredità paterna, un modo per onorare il cognome inciso sulla targa d’ottone all’ingresso.
Poi, con il passare dei mesi, quel senso del dovere era cambiato, trasformandosi in una forza gravitazionale che lo attirava verso la sua scrivania ogni giorno dell’anno, anche durante le festività.
Le sue mattine iniziavano al buio, molto prima che la luce del sole accarezzasse le colline circostanti.
Mentre la sua casa dormiva ancora in un silenzio ovattato, lui era già immerso nella luce blu dei monitor, con i polpastrelli che, frenetici, battevano sulla tastiera, rispondendo a mail provenienti da ogni fuso orario.
Il caffè che un tempo era un rito condiviso con la moglie, era diventato il carburante amaro consumato, con lo sguardo fisso su grafici che promettevano un’infinita crescita in cambio di un totale sacrificio.
Il declino della sua vita privata non era avvenuto improvvisamente, la storia si era consumata lentamente.
Gli amici avevano smesso di chiamare dopo il consueto “Non posso, devo lavorare stasera”, e all’ennesima cena in cui Silvio trascorreva l’intera serata incollato al telefono, mentre gli altri parlavano di vacanze, di figli, di progetti.
Per lui, quelle conversazioni erano diventate interferenze che lo portavano lontano dall’unico luogo in cui avrebbe voluto essere: la cabina di regia del suo regno.
In famiglia, Silvio era quasi un fantasma. Fisicamente presente a tavola con la mente altrove, impegnata a risolvere crisi e a pianificare acquisizioni.
Vedeva i suoi figli crescere attraverso le foto. I loro successi scolastici, le prime delusioni amorose, i piccoli traguardi quotidiani gli venivano riferiti attraverso i messaggi sbrigativi e gli sguardi malinconici della moglie, che lui liquidava con un cenno del capo e con la solita promessa di “recuperare nel weekend”.
Ma poi il weekend non arrivava mai ed il sabato diventava uno pseudolunedì e la domenica una preparazione alla settimana successiva.
La casa era un guscio elegante ma gelido in cui rientrava spesso dopo la mezzanotte, ma la solitudine non lo spaventava; anzi, la cercava perché solo con il vuoto intorno poteva concentrarsi meglio sul suo lavoro. Poi la sera in cui con i suoi dipendenti aveva festeggiato il fatturato più alto della storia dell’azienda, seduto nel suo ufficio, circondato dal silenzio della produzione ferma per la notte, aveva provato l’impulso di telefonare a qualcuno per condividere quel trionfo, ma si era reso conto di essere solo.
A casa, la tavola era sparecchiata e tutti erano a dormire.
Nessun biglietto d’accusa, semplicemente, la vita degli altri era proseguita lungo un binario parallelo, lontano dal suo.
Entrato in salotto, si era seduto al buio, avvolto dal lusso che lui stesso aveva comprato e mai abitato. Sì, era rimasto l’unico prigioniero all’interno di quelle mura.
Un ingranaggio perfetto di una macchina che avrebbe continuato a girare, anche senza di lui.
Alla ricerca ossessiva della performance, il lavoro, per molti, smette di essere un mezzo per vivere e diventa fine ultimo, un idolo insaziabile che chiede in sacrificio tutto ciò che ci rende umani: il tempo libero, l’amicizia, il calore di una famiglia riunita.
Dunque, cercando di adempiere al proprio dovere in maniera ossessiva, ci si ritrova, quasi senza accorgersene, a diventare amministratori di un deserto di lusso.
Si diventa campioni di una gara solitaria in cui, pur tagliando per primi il traguardo, ci si guarda intorno per scoprire che non c’è nessuno a tendere una mano o a condividere il premio.
Il trofeo è un ufficio silenzioso, spesso troppo grande per una persona sola, in cui l’eco del successo rimbalza contro pareti eleganti ma prive di calore.
Quella per il lavoro è, forse, l’unica dipendenza che il mondo non solo non condanna, ma che anzi premia, applaude e incoraggia con fervore.
È un male che si maschera di virtù e che inizia con la nobile scusa del sacrificio, del senso di responsabilità verso le generazioni passate e future, e finisce invariabilmente con il silenzio assordante di una casa vuota. È la storia di donne e uomini che trascorrono l’esistenza a costruire imperi, posando con cura ogni singola pietra, solo per accorgersi, una volta arrivati in cima, di aver edificato con le proprie mani le mura della propria prigione.
Il termine “stacanovismo”, che comunemente usiamo per descrivere questa condizione, evoca un’abnegazione totale: lo stacanovista è un lavoratore instancabile, un titano incline a ritmi frenetici che non ammettono tregua. Eppure, il confine tra un grande professionista e un dipendente dal lavoro non risiede nella quantità di ore prodotte, ma nella libertà.
La linea di demarcazione è sottile ma invalicabile: da un lato c’è chi decide di impegnarsi molto per raggiungere un obiettivo, dall’altro c’è chi non può più farne a meno.
Per quest’ultimo, il pensiero è costantemente sequestrato dalle mansioni lavorative; anche durante il tempo libero, il riposo o le vacanze, la mente resta incastrata tra i meccanismi di un ingranaggio che non smette mai di girare.
L’astinenza dal lavoro, in queste persone, non genera relax, ma un’insostenibile ansia. Il tempo non strutturato diventa un nemico da sconfiggere, portando con sé irritabilità, vuoto interiore e sensi di colpa sparsi alla rinfusa, come se ogni minuto non fatturato fosse un tradimento verso se stessi.
In questo cortocircuito psicologico, ogni comportamento ossessivo viene razionalizzato e classificato come “necessario per l’azienda” o, peggio, “per il bene della famiglia”. Si ignorano sistematicamente i segnali di un imminente collasso emotivo e relazionale, convinti che il prossimo traguardo sarà quello che finalmente permetterà di fermarsi.
Ma quel traguardo, per sua natura, si sposta sempre un passo più in là.
Per approfondire queste ed altre dinamiche: È Tossico: Viaggio nelle Dipendenze e nei Comportamenti Devianti







