La rubrica Liberi dalle Dipendenze – in formato podcast è cura della giornalista Beatrice Silenzi – direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.

Il tradimento non arriva mai in un vuoto emotivo. Quando irrompe in una coppia, spesso scoperchia una struttura già fragile, fatta di bisogni non riconosciuti, paure di abbandono e legami che, più che nutrire, trattengono.

È un evento-soglia che obbliga a guardare in faccia la qualità del legame, mettendo a nudo dinamiche di dipendenza affettiva che, fino a quel momento, potevano sembrare amore,o  dedizione ma forse erano sacrificio.
La scoperta dell’infedeltà produce un impatto che va oltre il dolore emotivo immediato.

Specie quando è presente una dipendenza affettiva, il tradimento colpisce il nucleo dell’identità e la rottura del patto affettivo genera una sensazione di annientamento, poiché il partner era una fonte primaria, se non esclusiva, di regolazione emotiva.

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Quando quel partner tradisce, il mondo interiore dell’altro va in frantumi: emergono rabbia, vergogna, paura, senso di colpa e una profonda disorganizzazione emotiva e non è raro oscillare tra il bisogno di trattenere l’altro e l’impulso opposto di distruggere tutto.
Le settimane subito successive al tradimento si presentano come una fase di astinenza: corpo e mente, privati della figura di attaccamento così come era stata idealizzata, reagiscono con sintomi intensi: insonnia, pensieri ossessivi, bisogno compulsivo di controllo, pensieri ossessivi e continui sui dettagli dell’accaduto.

È come se il sistema nervoso fosse costantemente in allarme. Tuttavia, quando è in gioco una dipendenza affettiva, la priorità non è “decidere cosa fare della relazione”, ma cercare di fermare il dolore interiore, senza trasformarlo in azioni sconclusionate, o peggio dannose, è un atto di maturità emotiva.
La domanda più frequente dopo un tradimento è se abbia senso restare. in realtà, analizzando la situazione con uno sguardo distaccato e non emotivo, emerge un punto cruciale: il problema non è l’infedeltà in sé, ma il tipo di relazione che l’ha resa possibile. Se vi è dipendenza affettiva, la scelta di restare può essere dettata più dalla paura della perdita che da un reale desiderio di ricostruzione.

Tuttavia anche l’idea di andarsene potrebbe apparire insopportabile perché va a coincidere con quel vuoto identitario di cui si è detto.
Dunque, la decisione richiede tempo, lucidità e un lavoro di separazione emotiva preliminare, che sta per recuperare una posizione psichica autonoma, dalla cui poter scegliere senza ricatti interiori.

Per orientarsi ci si piò fare qualche domanda: c’è assunzione di responsabilità da parte di chi ha tradito? Esiste una disponibilità concreta a rivedere le dinamiche del rapporto? Il legame è fondato su rispetto reciproco o su bisogno e paura?

Inoltre, ricostruire è possibile solo se entrambi sono disposti a mettere in discussione il modello relazionale precedente. In caso contrario, il rischio è quello di perpetuare una dipendenza ancora più dolorosa, mascherata da perdono.
Uno degli effetti più insidiosi del tradimento in un contesto di dipendenza affettiva è l’urgenza di riempire il vuoto, poiché la mente è in cerca soluzioni rapide: una nuova relazione, o un cambiamento radicale di vita.

Strategie che rischiano di essere anestetici temporanei. non solo, iniziare una nuova relazione senza aver elaborato la precedente può trasformarsi in una sostituzione di dipendenza.
Cambia il volto dell’altro, ma non cambia la dinamica: bisogno di conferme, paura dell’abbandono, fusione emotiva.

La guarigione, invece, passa attraverso la capacità di stare nel vuoto senza riempirlo immediatamente: in quello spazio triste e scomodo si ricostruisce l’autonomia emotiva, che deve essere vista come occasione di osservazione e riorganizzazione interna.

La delusione che segue un tradimento è spesso amplificata dalle aspettative idealizzate. Quando l’altro cade dal piedistallo, ciò che fa male, è anche la perdita dell’immagine rassicurante che avevamo costruito.
Superare la delusione significa, smettere di personalizzare l’infedeltà come prova del proprio disvalore.
Il tradimento parla delle difficoltà e delle scelte di chi lo compie, non dell’insufficienza di chi lo subisce.

Un altro passaggio fondamentale è il lavoro sul perdono, inteso in senso maturo e non morale. Perdonare non è dimenticare, né giustificare. È sciogliere il legame con il rancore e quando arriva, è un atto di liberazione personale.
Ma il vero percorso di guarigione di chi è stato tradito passa dalla ricostruzione del rapporto con sé stesso e in questa nuova fase egli deve imparare a riconoscere i propri bisogni senza delegarli, a tollerare la solitudine senza viverla come fallimento, a costruire confini emotivi chiari.

È un lavoro profondo, che richiede tempo e consapevolezza. Il tradimento, per quanto doloroso, può dunque diventare un punto di svolta.
Non perché giustifichi la sofferenza, ma perché costringe a una presa di coscienza radicale. Uscire da una dinamica di dipendenza affettiva significa restituirsi la possibilità di scegliere, di amare senza annullarsi, di restare o andare via senza paura.

Che poi la storia continui o finisca, il vero obiettivo è salvaguardare la propria integrità.
Mettersi al centro della propria vita che lungi dall’essere egoismo, determina invece un grande atto di responsabilità adulta. È da questa posizione che può nascere un nuovo inizio: più lucido, più libero, più vero.

E se vuoi approfondire le dinamiche di dipendenze e comportamenti devianti, ti consiglio il saggio: È Tossico: Viaggio nelle Dipendenze e nei Comportamenti Devianti

Beatrice