La rubrica Liberi dalle Dipendenze – in formato podcast è cura della giornalista Beatrice Silenzi – direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.

Accade molto più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere. Ci sono giorni in cui apri gli occhi e senti già addosso una pesantezza che non ha nome.
Hai dormito, ma è come se il riposo non fosse arrivato davvero dove serviva. Ti alzi perché devi, ti trascini nell’abitudine, ma ogni pensiero richiede uno sforzo che non sai spiegare.
Cerchi di concentrarti, ma la mente scivola via verso un altrove, come una radio che perde la frequenza.
Ti irriti per un messaggio innocuo, rimandi una telefonata perché ti pesa persino rispondere, e ti accorgi che qualunque cosa, anche la più banale, sembra più grande di te.

Non è semplice pigrizia, non è neppure solo stress, almeno non nel modo in cui siamo abituati a pensarci.
È una fatica più sottile, più intima, fatta di strati che si sovrappongono nel tempo finché non riesci più a distinguere l’una dall’altra.

È quella che esperti chiamano stanchezza emotiva, una forma di esaurimento dell’energia interiore, diversa da quella fisica, più difficile da riconoscere e ancora più difficile da confessare.

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È una stanchezza che sussurra, che non ti ferma di colpo, ma ti rallenta ogni giorno un po’ di più. Viviamo immersi in una cultura che ci vuole sempre accesi, sempre disponibili, sempre pronti. Bisogna essere produttivi, brillanti, proattivi.
Rispondere ai messaggi, risolvere problemi, gestire aspettative altrui e contemporaneamente mantenerci lucidi, presenti, ottimisti. In questo vortice continuo di stimoli e richieste, accade spesso che finiamo per dare risposta a tutti tranne che a noi stessi.

Ci diciamo che basta stringere i denti, che passerà, che “va così”, ma ogni volta che ci ignoriamo, qualcosa dentro di noi si assottiglia. Fino al momento in cui la mente, con una gentilezza spietata, decide di abbassare le luci.
Non è una resa plateale: è un lento spegnimento. L’entusiasmo evapora, la motivazione si assottiglia, perfino ciò che un tempo ci riempiva ora ci sembra distante, opaco.

È come se qualcuno avesse girato la manopola del volume interiore lasciando il mondo a un livello più basso, più sordo. È questo il terreno su cui attecchisce la stanchezza emotiva cronica: non il dramma improvviso, ma la sottrazione quotidiana, una goccia dopo l’altra.
La stanchezza emotiva raramente arriva come un fulmine. È più simile a una nebbia per cui, un giorno, ti ritrovi immerso in un grigio che copre tutto.

All’inizio sono solo segnali sfumati. Una certa irritabilità, una resistenza inspiegabile nel fare ciò che prima ti veniva naturale, il desiderio crescente di restare in silenzio.
Poi la fatica aumenta ed è come se la mente avesse consumato tutte le sue risorse senza riuscire a rigenerarle.
La diminuzione temporanea della capacità di gestire le emozioni, le decisioni e il comportamento quando le richieste superano ciò che il nostro sistema psichico può sostenere, è la “deplezione dell’Io” degli psicoterapeuti: è come svuotare un serbatoio più velocemente di quanto si possa riempirlo.

Ogni responsabilità aggiunta, ogni tensione trattenuta, ogni preoccupazione che rimane lì senza trovare uno spazio di elaborazione accelera questo processo.
Col passare del tempo le relazioni iniziano a stancare, il lavoro appare come una montagna invalicabile, le scelte più semplici — cosa mangiare, cosa indossare, se uscire o restare — diventano impegnative.
Chi vive questo stato non è “debole”, né “poco motivato”: è semplicemente qualcuno il cui sistema interno sta chiedendo una tregua che non trova.

C’è poi una confusione concettuale tra stanchezza emotiva e burnout: quest’ultimo è spesso legato a un contesto professionale, a un sovraccarico lavorativo prolungato.
La stanchezza emotiva, invece, può toccare chiunque sia costretto a un ruolo di continua vigilanza: non riguarda solo chi lavora sotto stress, colpisce anche chi si prende cura degli altri, chi deve essere sempre disponibile, chi vive responsabilità invisibili ma costanti.

Genitori che non hanno un attimo per sé, caregiver che sostengono fragilità altrui, insegnanti che reggono il peso emotivo di intere classi, medici che assorbono sofferenze quotidiane, giornalisti che devono essere sempre sul pezzo, manager che sorreggono team interi, ragazzi che cercano di essere “perfetti” in un mondo che pretende prestazioni continue.
La stanchezza emotiva non guarda età, professione o ruolo: riguarda tutti coloro che, in un modo o nell’altro, sentono di dover essere “all’altezza” ogni minuto.

Ricerche internazionali parlano di epidemia da esaurimento interiore. Sei adulti su dieci, a livello mondiale si sentono svuotati e in Italia, dopo la pandemia, si è osservata una crescita significativa dei fenomeni di affaticamento emotivo legati non solo al lavoro, ma anche alla gestione dei rapporti familiari e delle tensioni quotidiane.

È una condizione collettiva.
La difficoltà più grande della stanchezza emotiva è che tende a mascherarsi. Arriva con discrezione e se non siamo abituati ad ascoltarci rischia di passare per semplice stress.
Eppure i segnali ci sono, e spesso sono più chiari di quanto pensiamo. Come si manifesta? In giornate in cui tutto sembra privo di colore. In cui non provi più entusiasmo, e ciò che un tempo ti accendeva ora non genera alcuna scintilla.

Oppure scopri di essere diventato impaziente, brusco senza volerlo, irritabile per dettagli che prima non ti avrebbero agitato. Senti di perdere efficacia, come se il tuo abituale senso di competenza fosse improvvisamente evaporato.
Il corpo parla a sua volta: mal di testa ricorrenti, tensioni muscolari improvvise, disturbi del sonno, palpitazioni. Sono messaggi che la psiche invia quando non trova ascolto ed utilizza il corpo per farsi spazio.

E poi c’è l’aspetto relazionale.
La voglia di evitare gli altri. La fatica nel rispondere ai messaggi. La sensazione di non riuscire più a entrare davvero in contatto con le persone, nemmeno con quelle più vicine.
Tutto questo non indica egoismo o disinteresse: indica un cuore affaticato. Quando questi segnali diventano la norma, è il momento di fermarsi.
Perché la stanchezza emotiva, se ignorata, tende a indurirsi e trasformarsi in qualcosa di più profondo: un vero cortocircuito interiore.

Alla radice della stanchezza emotiva c’è spesso una forma di disconnessione da noi stessi. Più cerchiamo di rispondere alle aspettative esterne, più rischiamo di ignorare la voce interna che ci parla in silenzio.
Viviamo in una società che premia il sacrificio, l’iperproduttività, la costante disponibilità. Dire “sto bene” è accettato; dire “sono stanco” sembra quasi un’ammissione di colpa.
Così facendo però impariamo solo ad ignorare i nostri limiti. Non ci concediamo il permesso di essere fragili, feriti, semplicemente umani.

Continuiamo a funzionare, a performare, a fare il possibile per non deludere nessuno, spesso neppure noi stessi. Eppure il paradosso è sotto gli occhi di tutti: più cerchiamo di controllare ogni aspetto della nostra vita, più ci allontaniamo da ciò che sentiamo davvero.
La stanchezza emotiva, dunque è il modo in cui la mente ci avverte che la distanza tra ciò che viviamo e ciò che proviamo è diventata troppo grande.

È un invito al rientro.
Un richiamo alla verità.
Una richiesta di ascolto.
Dunque cosa fare? Sicuramente fare meno. Ridurre, semplificare, rallentare. Togliere invece di aggiungere. Il riposo mentale, quello autentico, arriva quando ci concediamo pause prive di stimoli.
Cinque minuti di silenzio puro, senza telefono, notifiche, musica di sottofondo. Un momento in cui il cervello non deve reagire, ma solo essere.

Un’altra strategia potente è imparare a distinguere ciò che è urgente da ciò che è importante — due categorie che spesso confondiamo.
Non tutto richiede la perfezione.
Non tutto richiede la nostra presenza immediata. Delegare o rimandare non è mancanza di responsabilità: è cura delle proprie risorse. Esistono poi i piccoli rituali di piacere, spesso trascurati.
Una passeggiata senza meta. Un caffè bevuto lentamente.
Dieci pagine di un libro letto senza controllare l’orologio. Questi momenti non sono capricci: sono ricariche emotive essenziali, ancore che ci riportano al presente.

Anche la cura del corpo è un alleato fondamentale. Dormire bene, nutrirsi con attenzione, respirare profondamente, prendersi cura della propria postura.
Corpo e mente non sono due entità separate: si influenzano di continuo. Se uno cede, l’altro vacilla.
Infine, un passo spesso sottovalutato: dare un nome a ciò che proviamo. Scrivere i propri pensieri, meditare, o parlare con un professionista permette di ricostruire un ordine interiore.

Le emozioni, riconosciute, fanno meno paura e chiedono meno energia. L’equilibrio consiste nel bilanciare ciò che diamo con ciò che riceviamo.
Non si può continuare a offrire senza nutrire se stessi. Non si può essere sempre la fonte di tutto.
Forse il gesto più rivoluzionario, quando si parla di stanchezza emotiva, è concedersi gentilezza.
Viviamo in un mondo che ci invita a essere comprensivi con tutti, tranne che con noi stessi.

Eppure accettare la propria fatica significa riconoscere un bisogno, un limite, una verità. Significa dire: “Sono umano. Posso fermarmi.” La forza non è resistere sempre, ma sapersi ascoltare nei momenti in cui qualcosa dentro di noi chiede tregua.

E se vuoi approfondire le dinamiche di dipendenze e comportamenti devianti, ti consiglio il saggio: È Tossico: Viaggio nelle Dipendenze e nei Comportamenti Devianti

Beatrice