La rubrica È Tossico – in formato podcast per Quarto Piano e prodotta dal settimanale Mondo Padano – è cura della giornalista Beatrice Silenzi – direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
Si è tutti in cerca di qualcosa: di conforto, di euforia o semplicemente di oblio ed in questo viaggio si finisce spesso per intrecciare le proprie dita a catene che hanno la leggerezza della seta, ma la forza dell’acciaio.
E parlare di dipendenza oggi significa smettere di guardare ‘gli altri’ e iniziare a guardarsi allo specchio.
Ecco il perché di una nuova rubrica podcast per Quarto Piano, prodotta dal settimanale Mondo Padano che, partendo proprio dal mio recente saggio “È Tossico: Viaggio nelle Dipendenze e nei Comportamenti Devianti” racconta storie di dipendenza dei nostri tempi, che toccano e, purtroppo, impattano su rapporti e relazioni.
Oggi, per il primo appuntamento, si parla della dipendenza dallo smartphone che è diventato custode dei nostri ricordi e fonte di emozioni.
Ma a quale prezzo?
È una finestra aperta su un altrove che seduce, una soglia invisibile dove ciò che siamo si confonde con ciò che vorremmo essere.
Dove finisce l’uso e dove inizia l’abuso?
Tra nomofobia e crisi d’astinenza digitale, in questa prima puntata compiremo un viaggio virtuale per capire se siamo ancora padroni del nostro tempo o schiavi di uno schermo.
Nessun atto d’accusa contro il progresso, semmai un invito alla riflessione, perché la vita vera accade proprio dove lo schermo si oscura e il mondo ricomincia.
Siamo diventati onniscienti, eppure mai come oggi siamo stati così fragili.
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La storia di Piero è una storia come ce ne sono tante. Ingegnere, poco più che quarantenne, residente nella provincia lombarda, pensava che la sua vita fosse del tutto normale.
Tra i colleghi nei corridoi dell’azienda, o osservando i passeggeri in metropolitana, o i clienti dei ristoranti e dei bar in cui era solito fare una pausa, vedeva sempre la stessa scena di teste basse e dita frenetiche scorrere su schermi retroilluminati. Ognuno perso per i fatti suoi, per dirla con Vasco Rossi.
Come amava la tecnologia!
Il segno dei tempi, l’efficienza del ventunesimo secolo, era solito ripetersi. Eppure dietro un’apparente normalità si stava insediando un’ossessione che, lentamente, stava erodendo le fondamenta della sua serenità.
Dipendenza? No, non poteva essere dipendenza… Era un professionista affermato, una famiglia unita e un’intelligenza brillante.
No, non poteva essere dipendenza: il termine era eccessivo e quasi offensivo per un uomo della sua posizione.
Però, appena la sveglia suonava al mattino, ancor prima di poggiare i piedi a terra, era tentato di scorrere le prime notizie della rassegna stampa mentre l’ultimo prima di chiudere gli occhi, era scorrere i feed e controllare le notifiche accumulate durante il giorno.
Un’ansia sorda gli stringeva lo stomaco ogni volta che la batteria scendeva sotto il 20%, ed una sensazione di soffocamento se realizzava di aver dimenticato il telefono a casa o in auto.
No, non era dipendenza, semplicemente doveva essere raggiungibile per gestire le numerose scadenze o rispondere alle mail dei clienti.
Per essere efficiente, insomma.
Lo smartphone era diventato una estensione corporea che in realtà gli consentiva molto più svago che lavoro. Era sempre alla ricerca di nuovi stimoli, i suoi profili social venivano aggiornati quotidianamente nel bisogno impellente di testimoniare la propria esistenza attraverso post e foto.
Dalle app per ordinare la cena a quelle per lo shopping notturno, fino alla gestione dei conti bancari e del trading online o dei file di lavoro, il cellulare era la scatola nera della sua esistenza.
La sua routine era diventata un susseguirsi di abitudini tossiche giornaliere. La sua modalità compulsiva era talmente seria che in studio, mentre parlava con un cliente, o a casa, mentre era in compagnia della sua famiglia, Piero lottava contro l’impulso di guardare lo schermo e se non riusciva a farlo, diventava irritabile e distratto.
La disconnessione era diventata una terribile eventualità, motivo per cui viaggiava sempre con due power bank carichi nella sua 24 ore.
Pur sentendosi in gabbia, percepiva la pressione di dover essere costantemente reperibile e reattivo e non rispondere immediatamente a un messaggio di qualsiasi chat lo faceva sentire in colpa, o inadeguato.
Si sentiva controllato da uno strumento che avrebbe dovuto controllare.
Il punto di rottura arrivò durante un weekend: una domenica mattina, per gioco, la figlia minore, stanca di non essere mai al centro delle sue attenzioni, gli aveva sottratto il telefono a sua insaputa, mentre era sotto la doccia.
Colto dall’impossibilità di gestire la mancanza, aveva cominciato ad addurre motivi inconsistenti, poi ad inveire contro la sua famiglia, infine a scatenare una reazione violenta e aggressiva contro la figlia.
I suoi lo guardavano con un misto di terrore e pietà. Non era più lui: non il padre disponibile, il marito affettuoso, non il professionista compassato.
In quel momento aveva capito che la risposta alla domanda “stai bene?” doveva essere solo un doloroso no. Il suo psicoterapeuta aveva sentenziato la diagnosi: nomofobia, ma la strada della guarigione si era dimostrata ardua e complessa.
Doveva affrontare la noia, i “vuoti interiori”, imparare di nuovo a stare da solo con i propri pensieri. La decisione definitiva e per certi versi, oggi, rivoluzionaria è stata quella di abbandonare lo smartphone per sempre ed acquistare un vecchio cellulare modello “vintage” capace solo di ricevere chiamate e inviare SMS.
Niente email in tempo reale, niente social, niente mappe satellitari, niente app di delivery. Piero oggi è rinato, ha riscoperto il piacere di osservare il paesaggio durante i viaggi in treno, o di leggere un libro cartaceo, o di ascoltare le persone che ha di fronte, insomma, è più sereno.
L’appendice tecnologica che stringiamo tra le mani ha smesso di essere un semplice strumento e lo smartphone, oggi, non è più soltanto un mezzo, ma una finestra perennemente spalancata su un altrove che ci reclama, una soglia invisibile tra ciò che siamo e ciò che proiettiamo.
In questa connessione dunque si nasconde una forma di fragilità nuova, un legame che scivola fino alla sottomissione.
Per approfondire queste ed altre dinamiche: È Tossico: Viaggio nelle Dipendenze e nei Comportamenti Devianti







