La rubrica Liberi dalle Dipendenze – con interviste video a professionisti ed esperti – è cura della giornalista Beatrice Silenzi direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione, qui con la dott. Cristina Ombra, psicoterapeuta.
La nostra epoca è attraversata da tensioni profonde. La geopolitica inquieta, le crisi economiche ricorrenti, le trasformazioni sociali accelerate e il senso diffuso di precarietà stanno contribuendo a generare un clima emotivo fragile, spesso segnato da ansia, paura e disorientamento.
Sempre più individui si trovano alla ricerca di punti di riferimento, di guide capaci di offrire risposte semplici a domande complesse.
È proprio in questo spazio di vulnerabilità che si inserisce un fenomeno tanto antico quanto attuale: il fascino del leader carismatico e il rischio, talvolta sottovalutato, dei culti abusanti.
La fragilità umana, infatti, non è una debolezza da stigmatizzare, ma una condizione esistenziale che emerge con particolare forza nei momenti di crisi.
Quando le certezze vacillano, cresce il bisogno di senso, di appartenenza e di orientamento. Negli ultimi anni, anche a seguito della pandemia, si è assistito a un incremento significativo dell’interesse verso la crescita personale, la spiritualità e pratiche come la mindfulness.
Si tratta, in molti casi, di percorsi autentici e benefici. Tuttavia, accanto a questi, proliferano anche realtà ambigue, che sfruttano proprio il bisogno di risposte per costruire dinamiche di controllo e dipendenza.
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Il carisma, di per sé, rappresenta una qualità relazionale potente: la capacità di attrarre, ispirare, guidare.
Il problema emerge quando al carisma si affianca un desiderio di dominio.
In questi casi, il leader non si limita a orientare, ma mira a esercitare un potere sugli altri, spesso attraverso tecniche di manipolazione ben precise.
Tra queste, una delle più diffuse è il cosiddetto love bombing: una fase iniziale in cui la persona viene idealizzata, gratificata, fatta sentire speciale, unica, “prescelta”. È un investimento emotivo intenso, che crea rapidamente un legame di fiducia e dipendenza.
A questa fase segue spesso un processo più subdolo, noto come brainwashing, o lavaggio del cervello.
L’obiettivo è progressivamente destrutturare l’identità dell’individuo, generando confusione, senso di colpa e perdita di autonomia critica. Il risultato è una persona sempre più dipendente dal leader, incapace di distinguere tra realtà e narrazione imposta.
Queste dinamiche non sono casuali, ma si inseriscono in un meccanismo relazionale preciso: da un lato, un soggetto con tratti narcisistici o antisociali, bisognoso di controllo e riconoscimento; dall’altro, una persona emotivamente fragile, con difficoltà di autostima e spesso con una storia familiare complessa.
Si crea così un incastro psicologico, una sorta di complementarità patologica in cui il bisogno di dominare incontra il bisogno di essere guidati.
Il fenomeno dei culti abusanti rappresenta una delle espressioni più estreme di questa dinamica. Non si tratta necessariamente di realtà visibili o eclatanti: spesso operano in modo discreto, mimetizzandosi sotto forme apparentemente innocue di spiritualità, crescita personale o comunità alternativa.
I segnali distintivi sono ricorrenti: isolamento progressivo dai legami esterni, richiesta di adesione totale, delegittimazione del pensiero critico, sfruttamento economico e, nei casi più gravi, abuso psicologico o sessuale.
Un elemento particolarmente potente, in questi contesti, è la promessa salvifica. Il leader non offre solo soluzioni pratiche, ma prospetta una trasformazione radicale: la possibilità di accedere a una dimensione senza dolore, a una verità superiore, a una forma di redenzione totale.
È una promessa che agisce in profondità, soprattutto in chi vive una sofferenza esistenziale intensa. La prospettiva di un “oltre” – che sia spirituale, emotivo o simbolico – diventa una leva potentissima.
Non è un caso che molti di questi movimenti integrino elementi spirituali, politici e sociali, costruendo narrazioni complesse che giustificano anche comportamenti estremi. La storia, purtroppo, offre numerosi esempi di come queste dinamiche possano degenerare, fino a sfociare in atti violenti o autodistruttivi.
Ciò che rende particolarmente insidioso questo fenomeno è la difficoltà, per chi vi è coinvolto, di riconoscere la manipolazione. La dipendenza emotiva, infatti, genera una distorsione percettiva: la vittima tende a proteggere il proprio “carnefice”, alimentando la speranza che possa cambiare, che la relazione possa evolvere.
È una dinamica che si osserva anche nelle relazioni di coppia abusanti, dove il legame si fonda su un’alternanza di gratificazione e svalutazione.
L’uscita da questi contesti è complessa e spesso dolorosa. Una delle strategie principali utilizzate dai culti è infatti l’isolamento: il distacco progressivo da famiglia, amici, relazioni significative. Questo rende la persona ancora più vulnerabile, priva di punti di riferimento alternativi. Quando emerge il desiderio di uscire, si attivano sentimenti di colpa, paura e disorientamento.
La ricostruzione, in questi casi, richiede un lavoro multidisciplinare: supporto psicologico, assistenza legale, intervento sociale. È necessario creare una rete solida, capace di accompagnare la persona in un percorso lungo e complesso.
Non si tratta solo di “uscire” da un gruppo, ma di ricostruire un’identità, recuperare autonomia, ristabilire legami.
Di fronte a questo scenario, la domanda cruciale diventa: come riconoscere il pericolo? Non esistono risposte semplici, ma alcuni elementi possono fungere da indicatori.
Innanzitutto, la prudenza: diffidare di chi propone soluzioni rapide e definitive a problemi complessi.
In secondo luogo, il confronto: condividere esperienze e dubbi con altre persone, mantenere un dialogo aperto con l’esterno.
Infine, il tempo: osservare l’evoluzione delle dinamiche, senza lasciarsi trascinare da entusiasmi immediati.
In un’epoca in cui il bisogno di senso è sempre più urgente, è fondamentale sviluppare strumenti critici e consapevolezza. La ricerca spirituale, il desiderio di crescita, la necessità di appartenenza sono dimensioni legittime e profonde dell’essere umano.
Ma proprio per questo meritano di essere vissute in contesti autentici, liberi da manipolazioni.
Il vero antidoto, forse, non è la diffidenza generalizzata, ma una forma di vigilanza interiore: la capacità di restare in contatto con sé stessi, con i propri limiti e le proprie risorse, senza delegare ad altri il potere di definire chi siamo.
“È Tossico: Viaggio nelle Dipendenze e nei Comportamenti Devianti” è il mio libro in cui vengono trattate le forme di dipendenza, le cause, le possibilità di guarigione attraverso la consapevolezza.







