La rubrica Spoiler – in formato podcast è cura della giornalista Beatrice Silenzi – direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
Minority Report, è un’opera che si muove in una duplice esistenza: come racconto breve di Philip K. Dick del 1956 e come imponente affresco cinematografico di Steven Spielberg del 2002.
Rappresenta uno dei vertici più sofisticati della fantascienza e al contempo è un paradigma imprescindibile per l’analisi della società del controllo.
Non si tratta solo di un passaggio dal libro allo schermo, ma di una complessa trasformazione culturale che ha tradotto le paranoie della Guerra Fredda nelle angosce della sicurezza globale post-11 settembre.
Il film è ambientato nel futuro, in una Washington del 2054, una società in cui gli omicidi sono stati debellati, grazie ad un sistema PreCrimine, programma che si basa sulle visioni di tre esseri umani dotati di capacità precognitive – i Precog – che prevedono i reati prima che avvengano. In tal modo, la polizia interviene arrestando i colpevoli prima che possano compiere il delitto.
I Precog (Agatha, Arthur e Dashiell) sono tenuti in uno stato di semi-incoscienza e collegati a una sofisticata rete tecnologica che traduce le loro visioni in immagini e dati.
Quando i tre concordano su una previsione, si genera un rapporto ritenuto infallibile. In rari casi, tuttavia, uno dei Precognitivi produce una visione divergente: un rapporto di minoranza che suggerisce un futuro alternativo in cui il crimine non avviene.
John Anderton (Tom Cruise), capo operativo di PreCrime, è un uomo segnato dalla scomparsa del figlio, evento che ha contribuito alla dissoluzione del suo matrimonio e alla sua totale dedizione al lavoro.
Anderton crede fermamente nel sistema, fino al giorno in cui una previsione indica proprio lui come futuro assassino di un uomo che non conosce: Leo Crow, destinato a morire entro 36 ore.
Anderton scoprirà chel’uomo è stato manipolato per inscenare il proprio omicidio, egli è in realtà un’esca, coinvolto in un piano più grande in cui emergono le responsabilità del fondatore del PreCrimine ed il sistema viene, in fine, smantellato, mentre i Precog trasferiti in un luogo isolato, dove possono finalmente vivere in pace.
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Il racconto pubblicato da Dick per la prima volta nel 1956 su Fantastic Universe, nasce in un’epoca in cui gli Stati Uniti vivono a cavallo tra il terrore atomico e la caccia alle streghe guidata da Joseph McCarthy.
In questo contesto, il concetto di Pre-crimine è l’estrema metafora di un apparato statale che, nel tentativo di garantire una sicurezza assoluta, finisce per erodere le fondamenta stesse del diritto.
Quando Steven Spielberg decide di adattare il racconto al cinema, cerca di costruire un ecosistema tecnologico e sociale che risulti plausibile.
Nel 1999, il regista convoca e riunisce alcuni tra i massimi esperti mondiali in architettura, informatica, urbanistica per delineare il mondo del futuro, trasformando Minority Report in un caso capace di prevedere con inquietante precisione tecnologie che sarebbero diventate comuni decenni dopo: interfacce gestuali e pubblicità personalizzata.
Tanto che il film oggi non si presenta più come una distopia futuristica, ma come una parabola anticipatrice del presente, capace di illuminare con sorprendente precisione le dinamiche della sorveglianza degli algoritmi, dell’intelligenza artificiale predittiva e della governance contemporanea.
La scena della ricerca degli “spider” (ragni robotici) nel condominio è un esempio magistrale di come la tecnologia sia utile alla tensione narrativa: la macchina da presa attraversa soffitti e pareti, analizzando la transizione dalla “società disciplinare” di Foucault – secondo cui, la punizione fisica è sostituita dalla sorveglianza invisibile e capillare ed il potere disciplina i comportamenti attraverso istituzioni chiuse – alla “società del controllo” di Deleuze, individuata attraverso meccanismi di controllo diffusi, continui e a cielo aperto, facilitati dalle nuove tecnologie.
Il tema della visione è centrale: l’occhio è la chiave d’accesso al database globale. La scansione retinica onnipresente trasforma ogni movimento nello spazio pubblico in un atto di tracciamento commerciale o poliziesco.
Questa “trasparenza forzata” ricorda le riflessioni sul Panopticon, dove la possibilità di essere costantemente osservati induce l’auto-regolazione del comportamento.
Qualche domanda deve essere posta: cosa accade quando il futuro diventa un dato amministrabile?
Si può essere colpevoli di un atto mai compiuto?
Esiste responsabilità senza esperienza?
Senza atto non c’è colpa, senza scelta non c’è etica.
La pellicola risponde che la sicurezza non nasce dalla punizione dell’atto, ma dalla neutralizzazione preventiva del rischio, una logica perfettamente riconoscibile nei sistemi di AI predittiva che non giudicano ciò che siamo stati, ma ciò che potremmo diventare.
La previsione sostituisce l’evento, la probabilità rimpiazza la colpa, il modello statistico prende il posto del giudizio umano. Il passaggio è silenzioso e decisivo: i cittadini diventano profili di rischio.
L’algoritmo non ordina: suggerisce, classifica, segnala.
Il sistema PreCrimine assume che: ogni azione umana è anticipabile, ogni previsione giuridicamente vincolante, la conoscenza del futuro equivale alla sua evitabilità come sistema prevedibile, riducibile a dati.
Non si governa più attraverso la legge, ma attraverso il modello.
Il nodo decisivo resta quello del libero arbitrio, tuttavia la libertà non viene negata apertamente; viene progressivamente svuotata di senso.
Si è liberi di scegliere, ma solo entro scenari già calcolati.
La narrativa di Spielberg utilizza la previsione come un catalizzatore che modifica l’evento stesso, non realizzandolo: la Precrime opera in una zona d’ombra dove il colpevole viene arrestato prima ancora di aver formulato un’intenzione cosciente.
Il “contenimento” dei precriminali rappresenta l’apice della biopolitica: il corpo viene preservato biologicamente ma annullato giuridicamente, trasformando i sospetti in “nuda vita” priva di diritti.
L’eredità più duratura del film risiede nella capacità di aver prefigurato la gestione della sicurezza contemporanea: il “Pre-Crimine” è passato dal lessico dickiano ai manuali di strategia delle forze dell’ordine moderne.
Software come PredPol (Predictive Policing) o le piattaforme di analisi di Palantir Technologies utilizzano i Big Data per mappare il rischio criminale.
Recenti studi condotti negli USA hanno rivelato che gli algoritmi tendono a inviare i poliziotti soprattutto in quartieri abitati da minoranze ed in modo sproporzionato, basandosi su dati che riflettono soprattutto pregiudizi umani.
Inoltre, la tendenza alla fiducia cieca nei risultati prospettati da una macchina, porta le forze dell’ordine a trattare tali suggerimenti come fatti certi, erodendo il principio della presunzione di innocenza.
La prevenzione totale è un’utopia.
La sequenza finale in cui il protagonista si ricongiunge alla moglie, di nuovo incinta e i veggenti si ritirano nel silenzio della lettura, descrive la riconquista necessaria di uno spazio interiore e inviolato.
“Fabbrica della Comunicazione. Il Linguaggio dei Media” è il mio libro sulla comunicazione e Media, in cui si parla anche di cinema.







