La rubrica Liberi dalle Dipendenze – in formato podcast è cura della giornalista Beatrice Silenzi – direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
Non usciamo mai davvero da internet; spegniamo solo la luce della sua interfaccia.
Nel silenzio della notte, ci accorgiamo che il digitale non è più un attrezzo poggiato sul tavolo, ma la planimetria stessa della nostra esistenza.
Il confine tra il corpo e l’algoritmo si è fatto osmotico: i sogni sono impastati di notifiche e la nostra identità è un’estensione di quell’altrove perenne. Siamo inquilini di un’architettura invisibile che continua a osservarci anche quando chiudiamo gli occhi, come un Panopticon silenzioso.
La diffusione vertiginosa di nuove tecnologie e dei social media ha cambiato radicalmente il nostro modo di vivere, comunicare e costruire identità ed essere connessi oggi non è un’opzione, ma una condizione di base.
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Informarsi, lavorare, mantenere relazioni: tutto passa, in qualche forma, dalla rete. Eppure, accanto a queste opportunità emerge un fenomeno più complesso e pervasivo: l’uso disfunzionale della rete.
Non si tratta semplicemente di “passare troppo tempo online”, ma di un rapporto che, in alcuni casi, diventa rigido, compensatorio, necessario per regolare il proprio equilibrio emotivo, a cui si accosta l’emergere di vere e proprie dipendenze digitali. Si tratta di meccanismi profondamente radicati nel funzionamento del cervello.
Le piattaforme social, in particolare, sono costruite per intercettare e trattenere l’attenzione: notifiche, like, commenti e visualizzazioni attivano il sistema di ricompensa, stimolando il rilascio di dopamina, neurotrasmettitore legato al piacere e alla gratificazione. così, ogni interazione positiva diventa una piccola ricompensa che spinge a tornare, ancora e ancora.
Il problema emerge quando questo circuito non è più un’aggiunta alla vita, ma un sostituto. Quando la tecnologia viene utilizzata per colmare vuoti emotivi, evitare il disagio o fuggire da difficoltà relazionali, il rischio di dipendenza aumenta in modo significativo.
La rete smette così di essere una risorsa e inizia a funzionare come una gabbia invisibile, confortevole ma limitante.
Comprendere le dinamiche psicologiche e sociali che stanno alla base di questo fenomeno diventa quindi essenziale per riconoscerne i segnali e intervenire prima che si cristallizzino.
L’uso disfunzionale della rete tende a manifestarsi attraverso due dinamiche apparentemente opposte, ma in realtà profondamente collegate.
Da un lato troviamo la sovraesposizione sociale, dall’altro il ritiro sociale digitale.
La sovraesposizione riguarda chi sente il bisogno costante di essere visibile. Like, commenti e visualizzazioni smettono di essere semplici feedback e si trasformano in indicatori di esistenza: “ci sono”, “conto”, “valgo”.
L’immagine di sé tende a essere costruita e curata in modo sempre più strategico, spesso distante dalla realtà quotidiana.
Il rischio è che l’autostima finisca per dipendere quasi esclusivamente dalla risposta del pubblico digitale.
Quando le conferme mancano o diminuiscono, emergono frustrazione, senso di vuoto, ansia.
Il tempo trascorso online aumenta, mentre quello dedicato a relazioni autentiche, attività corporee ed esperienze offline si riduce progressivamente.
All’estremo opposto si colloca il fenomeno del ritiro sociale, in cui la rete non è il palcoscenico, ma il rifugio. In Giappone questo fenomeno è noto come hikikomori, ma negli ultimi anni si sta diffondendo anche in altri Paesi, Italia compresa. Internet diventa una sorta di zona protetta, dove il giudizio è attenuato e il confronto diretto può essere evitato.
Spesso alla base di questo ritiro ci sono difficoltà emotive profonde: ansia sociale, bassa autostima, esperienze di esclusione o bullismo. La rete non è la causa primaria, ma il mezzo attraverso cui il disagio viene gestito.
Di fronte a questi scenari, la risposta non può essere semplicistica. “Spegnere il telefono” o “limitare il tempo online” non è sufficiente, e in alcuni casi può persino essere controproducente.
La tecnologia, infatti, non è il problema in sé. Per chi vive una condizione di sovraesposizione, il lavoro principale riguarda la riscoperta di fonti di gratificazione non legate all’approvazione digitale.
Attività condivise come lo sport, il volontariato, i laboratori artistici o creativi offrono occasioni di relazione autentica e di riconoscimento basato sull’esperienza, non sull’immagine.
Ritrovare uno spazio in cui il valore non viene misurato in numeri aiuta a ricostruire un senso di sé più stabile. Per chi si è ritirato, invece, è fondamentale procedere con gradualità.
Creare contesti accoglienti, privi di pressione, in cui la persona possa sentirsi accettata senza dover dimostrare nulla, ed un supporto psicologico può aiutare a dare senso al disagio e a lavorare sulle emozioni sottostanti.
Famiglia e scuola svolgono un ruolo cruciale in questo processo. Promuovere un uso consapevole della tecnologia, favorire il dialogo, offrire modelli adulti equilibrati nel rapporto con il digitale sono azioni preventive fondamentali.
Non si tratta di demonizzare la rete, ma di insegnare a usarla senza esserne usati.
E se vuoi approfondire le dinamiche di dipendenze e comportamenti devianti, anche sul web, ti consiglio il saggio: È Tossico: Viaggio nelle Dipendenze e nei Comportamenti Devianti







