La rubrica Liberi dalle Dipendenze – con interviste video a professionisti ed esperti – è cura della giornalista Beatrice Silenzi direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione, qui con la coach arte terapeuta Alessandra Vecchi.

Chi sono io? Non è un interrogativo filosofico da manuale, né un esercizio accademico per pochi addetti ai lavori.
È, piuttosto, una questione radicale e quotidiana, che si insinua nelle relazioni, nelle scelte, nelle crisi personali e collettive. E oggi, più che mai, sembra non trovare risposta.

Nel dialogo con la coach e arteterapeuta Alessandra Vecchi emerge con chiarezza una percezione diffusa: viviamo un’epoca in cui l’identità appare fragile, confusa, talvolta del tutto smarrita.
Non si tratta semplicemente di non comprendere gli altri, ma di non riconoscere più se stessi. È un passaggio cruciale: quando manca il centro, tutto il resto diventa instabile.

Viviamo immersi in un flusso continuo di informazioni, modelli, stimoli esterni. La società contemporanea offre infinite possibilità di definizione di sé: professioni fluide, identità digitali, relazioni liquide. Eppure, proprio questa abbondanza produce un effetto paradossale: invece di rafforzare il senso di identità, lo dissolve.

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Il motivo è strutturale. Se l’identità non nasce da un processo interno, ma viene costruita esclusivamente attraverso il confronto con l’esterno, essa diventa instabile, dipendente, manipolabile. È ciò che Alessandra Vecchi sintetizza con una formula efficace: cerchiamo fuori ciò che manca dentro.

In questo scenario, l’individuo rischia di trasformarsi in un contenitore vuoto che si riempie di esperienze, relazioni, riconoscimenti, senza mai costruire una struttura autentica. Da qui deriva una sensazione diffusa di disorientamento: si vive, si agisce, si reagisce, ma senza una direzione consapevole.

La questione identitaria si articola su due livelli distinti ma interconnessi. Il primo è quello visibile: ruolo sociale, professione, relazioni, comportamenti. Il secondo, più profondo, riguarda la dimensione interiore: emozioni, paure, desideri, inconsci.

Il problema nasce quando questi due livelli non dialogano tra loro. Si può apparire perfettamente integrati nella società, ma essere completamente disallineati internamente. Oppure, al contrario, avere una ricca vita interiore ma non riuscire a tradurla in azione concreta.

Rispondere alla domanda “chi sono io” significa allora intraprendere un percorso complesso, che richiede tempo, introspezione e, soprattutto, capacità di mettersi in discussione. Ed è proprio questo uno degli aspetti più critici: senza un confronto reale, senza un feedback esterno, il rischio è quello di costruire narrazioni autoreferenziali, in cui si ha sempre ragione.

Nel percorso di definizione identitaria, il confronto con l’altro è imprescindibile. L’altro funziona come uno specchio, un elemento di verifica, talvolta di destabilizzazione. È attraverso il dubbio che si attiva il cambiamento.

Tuttavia, questo stesso processo può diventare pericoloso quando il riferimento è sbagliato. La figura del “maestro” — intesa in senso ampio come guida, mentore, punto di riferimento — può essere decisiva tanto in positivo quanto in negativo. Un cattivo orientamento produce effetti distorsivi: rafforza illusioni, consolida errori, blocca l’evoluzione.

Il risultato è visibile: persone adulte che continuano a ripetere gli stessi schemi, come se fossero rimaste bloccate a una fase precedente della loro vita. Un’esistenza circolare, rassicurante nella sua ripetitività, ma profondamente involutiva.

Ci sono individui che, a quarant’anni, si trovano a vivere esperienze emotive tipiche dell’adolescenza, perché non hanno avuto modo di elaborarle nel momento in cui sarebbero state naturali. Blocchi educativi, divieti non spiegati, contesti limitanti possono sospendere intere fasi evolutive.

Il narcisista, come sottolinea Alessandra Vecchi, non costruisce un’identità solida. Riempie un vuoto. Utilizza l’altro come strumento, come fonte di riconoscimento, come nutrimento emotivo. Ma questa strategia, nel lungo periodo, produce impoverimento.

Senza un “giardino interno” l’individuo resta dipendente dall’esterno. E ogni relazione diventa funzionale, mai autentica.
L’ignoranza non elimina i problemi, li rende solo invisibili fino al momento in cui diventano ingestibili. È l’immagine del fossato con i coccodrilli: non sapere che esistono non impedisce che possano divorarti.

La consapevolezza, al contrario, è un processo spesso doloroso, ma necessario. Una volta acquisita, non è reversibile. E proprio per questo rappresenta un punto di non ritorno nell’evoluzione personale.

Un altro nodo centrale riguarda il rapporto tra consapevolezza e solitudine. È vero che un percorso di crescita interiore può portare a una selezione naturale delle relazioni. Non tutte le connessioni reggono il cambiamento.

Non è necessario aver vissuto le stesse esperienze. È sufficiente condividere un certo livello di profondità, una capacità di interrogarsi, di andare oltre la superficie.

Il percorso identitario richiede un lavoro continuo. Non esistono soluzioni definitive, ma processi. È una manutenzione costante, che implica la capacità di osservare se stessi, di riconoscere le proprie aree di fragilità, di intervenire su di esse.

L’idea di poter restare fermi, di mantenere uno status quo indefinito, è un’illusione. La vita è movimento, trasformazione, adattamento. E chi non accetta questa logica rischia di trovarsi intrappolato in una ripetizione sterile.
“Chi non migliora peggiora”: non è uno slogan motivazionale, ma una legge esistenziale.

In un’epoca che spinge costantemente verso l’esterno, tornare a sé stessi è un atto controcorrente. Richiede coraggio, disciplina, capacità di affrontare zone d’ombra.
Ma è anche l’unica strada possibile per costruire un’identità autentica. Non un’immagine, non un ruolo, non una maschera. Ma una struttura solida, capace di reggere il confronto con la complessità del presente.

“È Tossico: Viaggio nelle Dipendenze e nei Comportamenti Devianti” è il mio libro in cui vengono trattate le forme di dipendenza, le cause, le possibilità di guarigione attraverso la consapevolezza.

Beatrice