La rubrica Spoiler – in formato podcast è cura della giornalista Beatrice Silenzi – direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
Siamo in Italia, all’alba degli anni Settanta, e al cinema, tra un film politico e una commedia sexy, il pubblico, desideroso di emozioni forti e storie di suspense, scopre Dario Argento che, nato a Roma e vissuto in una famiglia legata al cinema (padre produttore, madre fotografa d’arte), a trent’anni è critico e sceneggiatore affermato.
Meglio conosciuto come “il maestro del brivido”, appellativo che gli sarà dato dalla stampa in seguito, il giovane Dario, da collaboratore di Sergio Leone, diventa in breve tempo una figura di culto, capace di sdoganare il genere horror/thriller come parte della cultura popolare italiana, traghettandolo fuori dal ghetto del “cinema di serie B”.
Argento esordisce dunque alla regia rivoluzionando il thriller con la sua celebre “trilogia degli animali”: tre film in soli due anni L’uccello dalle piume di cristallo (1970), Il gatto a nove code e 4 mosche di velluto grigio (1971): pellicole capaci di mescolare visioni sperimentali completamente nuove.
Sono anni in cui l’Italia è scossa da movimenti di protesta, dalle rivoluzioni, dalle emancipazioni, dalle tensioni socio-politiche, e lui, con grande intuito, allontanandosi da tematiche esplicitamente politiche, intercetta e raggiunge un pubblico amplissimo e trasversale.
In retrospettiva, la trilogia appare oggi come un indicatore di gusti e timori dell’epoca, mentre il thriller, grazie ad un’estetica fatta di colori acidi, montaggio frenetico e musiche sperimentali, conosce una nuova fase.
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La ricezione culturale dell’opera di Dario Argento è inizialmente ambigua. Se il pubblico affolla le sale, la critica ufficiale, dominata da intellettuali di sinistra attenti al cinema d’impegno civile, lo guarda con sospetto tanto che il regista viene in parte snobbato o liquidato come commerciale.
D’altro canto, tuttavia, le testate conservatrici apprezzano il suo lavoro in un curioso ribaltamento secondo cui un’opera, pur non facendo alcuna dichiarazione politica viene percepita come “di destra” per il suo compiacimento nella violenza su giovani donne emancipate.
La stampa estera invece è più aperta: il New York Times recensisce L’uccello dalle piume di cristallo con entusiasmo, accostando il nome di Argento a quelli di Fritz Lang e di Hitchcock ed il genere horror americano, che decollerà con Halloween di John Carpenter qualche anno dopo, nel 1978, deve molto a quello italiano.
Va detto. Dario Argento influenza anche Brian De Palma in Vestito per uccidere (1980) e Omicidio a luci rosse (1984), Quentin Tarantino o Elio Petri con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) in un caso affascinante di sincronicità culturale, ma Argento è anche il padre del genere slasher statunitense.
La trilogia di Dario Argento è quindi uno spettacolo di pura suspense e sangue, dichiarato sin dai primi fotogrammi: l’incubo è nell’arte, fonde alto e basso, popolare e colto, esaminando nel profondo le zone d’ombra dell’anima in una società in rapido mutamento.
In questo contesto, i tre film si presentano come un blocco unico, stratificato, interdisciplinare.
Sul piano artistico, richiama il cinema classico e le avanguardie dell’arte e della musica.
Sul piano letterario ripropone la narrativa hard boiled, ovvero quel genere caratterizzato da investigatori duri, cinici e anti-eroi, spesso in contesti violenti e corrotti, che affrontano crimini realistici e brutali.
Quanto è affidabile la nostra interpretazione della realtà? Si chiede il regista e l’arte svela o confonde la verità? Lo sguardo del regista è indirizzato alla società, a quella rivoluzione dei ruoli che genera mostri, un “oscuro malessere” sociale stretto tra spinte cosiddette progressiste e resistenze conservative in cui si percepisce una crisi dell’identità maschile tradizionale.
Non manca una visione inquietante e deformata della realtà, in cui le città sono spazi desertificati o labirintici, un luogo ostile, svuotato di empatia, in cui l’orrore può consumarsi impunemente, in cui la violenza esplode nell’indifferenza generale. La stessa Roma non ha nulla di turistico o familiare: è una metropoli fredda e asettica, fatta di periferie moderne e gallerie d’arte impersonali, gli interni sono geometrici, claustrofobici incubi in cui la realtà è congelata tra isolamento e incomunicabilità.
Nel mondo di Dario Argento, l’irrazionale e l’incubo erodono le basi del vivere civile e, nella assenza quasi totale delle istituzioni e nella latitanza dello Stato e della legge, la città viene consegnata a un’anarchia notturna governata dalla paura.
La trilogia degli animali rappresenta dunque un laboratorio di soluzioni tecniche innovative e di scelte strutturali che diventeranno il marchio di fabbrica di Argento, la cui impronta, fortemente autoriale, è riconoscibile in ogni inquadratura.
L’autore dosa in modo molto personale i tempi del racconto. Grazie a direttori della fotografia di prim’ordine, i chiaroscuri nelle scene notturne sono netti e spesso virano verso colori innaturali. Le musiche sono di Ennio Morricone.
La trilogia dopo oltre 50 anni regge alla prova del tempo, ed ancora oggi è studiata e proiettata in retrospettive nel mondo. Argento stesso ha più volte riconosciuto che tutto il suo cinema è nato lì.
La visione è consigliata non solo agli appassionati del thriller ad alto impatto, ma a chiunque voglia capire come un autore italiano abbia potuto condizionare con la sua influenza il cinema mondiale grazie ad un immaginario in cui la paura si tinge d’arte e la realtà si specchia nell’incubo.
“Fabbrica della Comunicazione. Il Linguaggio dei Media” è il mio libro sulla comunicazione e Media







