La rubrica Spoiler – in formato podcast è cura della giornalista Beatrice Silenzi – direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
Il viaggio che ha portato alla creazione di Interstellar è iniziato tra le maglie della fisica teorica e nelle conversazioni tra la produttrice Lynda Obst e il fisico Kip Thorne.
I due, che avevano avuto una breve frequentazione anni prima, rimasero amici e decisero di collaborare a un progetto per portare sul grande schermo le meraviglie dell’universo.
Prima di entrare nella pellicola però, è doveroso puntare l’attenzione su un paio di concetti: un wormhole (o ponte di Einstein-Rosen) è una ipotetica “scorciatoia” che collega due punti distanti dello spaziotempo.
Se si immagina l’universo come la superficie di una mela: invece di percorrerne tutta la superficie per arrivare dal lato opposto, un verme può scavare un tunnel interno e giungere così a destinazione molto più velocemente.
Il wormhole collega due punti distanti nello spazio e nel tempo.
Un buco nero, invece, è un “vicolo cieco” caratterizzato da gravità estrema, una regione dove la materia è così compressa che nulla può più uscirne.
Si forma quando una stella muore e collassa su se stessa, concentrando tutta la sua massa in un punto infinitamente piccolo chiamato singolarità e a differenza dei wormhole, i buchi neri sono reali e osservati, tanto che proprio al centro della nostra galassia ve n’è uno.
Questo fugace accenno di fisica è propedeutico per comprendere un film che inizialmente venne affidato alla regia di Steven Spielberg, con Jonathan Nolan incaricato di scrivere una sceneggiatura completamente diversa da quella che sarebbe stata realizzata successivamente.
Con l’uscita di scena di Spielberg nel 2012, fu Christopher Nolan (fratello di Jonathan) a subentrare nel progetto, portando una visione più intima, perché, per quanto si possa parlare di fisica, sarà sempre e solo l’amore la forza più potente dell’universo, capace di trascendere spazio, tempo e dimensioni, guidando l’umanità verso la salvezza.
Attraverso il legame indissolubile tra Cooper e sua figlia Murph, il film narra temi come il sacrificio, la speranza, la sopravvivenza, e l’interconnessione tra scienza, emozione e destino, mostrando come l’amore possa risolvere paradossi scientifici e unire passato, presente e futuro.
focalizzata sul rapporto tra padre e figlia, continuando a mantenere il rigore scientifico che Thorne aveva posto come condizione imprescindibile fin dal primo giorno di sviluppo.
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In un futuro non precisato, un drastico cambiamento climatico colpisce duramente l’agricoltura la Terra è agonizzante a causa di una piaga globale che distrugge i raccolti e Joseph Cooper, ex pilota della NASA diventato agricoltore, scopre per caso che l’agenzia spaziale opera ancora in segreto sotto la guida del professor Brand che lo convince a guidare una missione disperata: attraversare un wormhole apparso vicino a Saturno per trovare una nuova casa tra tre pianeti potenzialmente abitabili in un’altra galassia.
Cooper parte insieme ad Amelia Brand e altri scienziati, lasciando sulla Terra i figli Tom e Murph che assiste a strani fenomeni paranormali che avvengono nella libreria della sua camera da letto, come la caduta di libri, che ritiene siano opera di un fantasma che comunica con lei attraverso la libreria. Murph, ferita dalla partenza del padre, diventerà poi una scienziata al fianco di Brand.
Il viaggio si rivela subito drammatico. Sul primo pianeta, vicino al buco nero Gargantua, la gravità estrema causa una dilatazione temporale tale che, poche ore di missione, corrispondono a 23 anni terrestri.
Quando i superstiti tornano alla nave madre, Cooper realizza con orrore di aver perso completamente l’infanzia dei figli attraverso i videomessaggi ricevuti. Successivamente, l’equipaggio raggiunge il pianeta del dottor Mann e dopo aver scoperto che questi ha falsificato i dati sull’abitabilità per essere salvato, tenta di uccidere Cooper e di fuggire con la sua astronave, ma muore in un tentativo di attracco fallito.
Nel frattempo, sulla Terra, Murph si rende conto che il professor Brand ha mentito: non ha mai risolto l’equazione della gravità necessaria per evacuare l’umanità, puntando invece tutto su un piano B, una colonia di embrioni congelati.
Per permettere ad Amelia di raggiungere l’ultimo pianeta, Cooper decide di sacrificarsi lanciandosi nel buco nero.
Oltre l’orizzonte degli eventi, non muore schiacciato dalla gravità del buco nero, ritrovandosi invece all’interno di un tesseratto a quattro dimensioni dove è rappresentata la libreria della camera da letto di Murph in tutti i momenti della sua vita, deducendo che esso è stato collocato lì da futuri esseri viventi con accesso a dimensioni superiori che hanno scelto Murph (e non lui) per salvare l’umanità.
Si rende anche conto che, sfruttando le proprietà della gravità, è in grado di poter spostare oggetti nella libreria attraverso il tempo e le dimensioni e comprende che era proprio lui a comunicare con Murph e con il sé stesso del passato. Sulla Terra, la Murph adulta torna nella casa della sua infanzia, convinta che i fenomeni che avevano luogo nella sua camera da letto non fossero casuali, nota che la lancetta dei secondi del vecchio orologio regalatole dal padre prima di abbandonarla si muove in modo irregolare.
Interpretando gli anomali ticchettii come codice Morse, riesce a capire che Cooper le sta inviando informazioni e capisce che il fantasma era proprio suo padre.
Cooper fornisce alla figlia i dati scientifici sulla singolarità del buco nero in cui si trova, e lei li usa per risolvere l’equazione della gravità del professore, permettendo così all’umanità di costruire le navi spaziali per fuggire dalla Terra.
Cooper viene infine espulso dal tesseratto e recuperato decenni dopo vicino a Saturno. Sebbene biologicamente giovane, ha ormai 124 anni.
Dopo un ultimo, commovente incontro con una Murph ormai anziana sul letto di morte, Cooper riparte verso lo spazio per ricongiungersi con Amelia.
Grazie a Inerstellar, il rapporto tra Christopher Nolan e Kip Thorne divenne una delle collaborazioni più celebri e feconde.
Lo scienziato impose al regista due regole auree: nulla nel film doveva violare le leggi consolidate della fisica e tutte le speculazioni, per quanto audaci, dovevano derivare da teorie scientifiche reali.
Questa convivenza però non fu priva di frizioni creative, specialmente quando Nolan premeva per soluzioni che l’altro considerava inizialmente impossibili.
Un caso emblematico riguardò il desiderio del regista di includere viaggi a velocità superiore a quella della luce: Thorne si oppose per due settimane, spiegando che ciò avrebbe violato la relatività ristretta, e alla fine il regista si convinse a utilizzare un wormhole come scorciatoia spazio-temporale per collegare le galassie senza infrangere il limite invalicabile della luce. Un altro scontro produttivo avvenne sulla dilatazione temporale estrema del pianeta di Miller, dove un’ora corrisponde a sette anni terrestri.
Thorne riteneva che un tale differenziale fosse impossibile, ma il regista fu irremovibile, definendo la richiesta non negoziabile.
Il fisico tornò ai suoi calcoli e scoprì che, se il buco nero Gargantua avesse ruotato a una velocità prossima al limite massimo consentito, l’orbita del pianeta sarebbe rimasta stabile pur permettendo quella specifica dilatazione temporale.
La realizzazione visiva di Gargantua rappresentò quindi un traguardo tecnico senza precedenti che richiese la scrittura di un software completamente nuovo il Double Negative Gravitational Renderer, che, a differenza di quelli tradizionali che assumono che la luce viaggi in linea retta, questo integrava le equazioni di Einstein per tracciare il percorso dei raggi luminosi attraverso lo spaziotempo distorto dalla gravità estrema.
Thorne collaborò con Oliver James scienziato a capo di Double Negative, scambiando con lui oltre mille mail cariche di formule matematiche per garantire che ogni pixel dell’immagine fosse scientificamente giustificato.
Il rendering di ogni singolo fotogramma del buco nero richiedeva fino a cento ore di calcolo su potenti macchine, generando complessivamente circa ottocento terabyte di dati.
Questa precisione non servì solo al film: la visualizzazione rivelò strutture luminose dell’accrescimento mai previste prima, portando Thorne e il team degli effetti visivi a pubblicare tre articoli scientifici su riviste peer-reviewed, ridefinendo per sempre l’immagine popolare dei buchi neri come sfere tridimensionali circondate da un alone di luce piegata.
Sul set, Nolan mantenne la sua celebre avversione per il green screen, preferendo soluzioni pratiche e tangibili.
Per le scene all’interno dell’Endurance, la produzione utilizzò enormi proiettori per proiettare i campi stellari e i pianeti direttamente fuori dai finestrini dell’astronave.
Questo non solo permise agli attori di avere riferimenti visivi reali, ma garantì un’illuminazione organica all’interno del set, catturando i riflessi dei pianeti direttamente sulle tute e sulle pareti metalliche senza ricorrere alla post-produzione digitale.
Persino le scene terrestri furono realizzate con un realismo quasi ossessivo: Nolan fece piantare 500 acri di granoturco in Alberta, sfidando il parere degli esperti agricoli che credevano che la pianta non sarebbe cresciuta a quell’altitudine e alla fine delle riprese, il raccolto fu venduto con un profitto che rientrò nel budget del film.
Le tempeste di sabbia che flagellano la Terra furono create utilizzando una polvere biodegradabile a base di cellulosa, la stessa utilizzata come additivo alimentare, soffiata da giganteschi ventilatori per creare un’atmosfera soffocante e reale. L’attenzione maniacale per il dettaglio fisico si estese ai robot che Nolan volle come blocchi metallici minimalisti ispirati alla scultura moderna evitando qualsiasi forma antropomorfa.
I robot erano in realtà pesanti marionette di metallo di circa novanta chili, manovrate fisicamente sul set dall’attore Bill Irwin che camminava dietro la struttura, fornendo il movimento e recitando le battute in tempo reale per permettere ai colleghi un’interazione naturale.
Anche la sequenza finale del tesseratto fu un trionfo dell’artigianalità: invece di affidarsi interamente alla computer grafica, la produzione costruì un set fisico colossale di 27 metri di lunghezza per 18 di larghezza, dove Matthew McConaughey veniva sospeso con dei cavi per simulare l’assenza di gravità all’interno di una rappresentazione tridimensionale della quinta dimensione.
Ma il film deve molto anche alla sua colonna sonora, nata da una singola pagina scritta a macchina che Nolan consegnò a Hans Zimmer.
Per registrare la partitura, il compositore scelse l’organo a canne della Temple Church di Londra, uno strumento monumentale del 1926 che descrisse come una macchina alimentata dal respiro umano, le cui canne ricordavano i propulsori di un’astronave.
Un dettaglio acustico quasi impercettibile ma geniale si trova nelle scene sul pianeta di Miller: la colonna sonora presenta un ticchettio costante ogni 1,25 secondi, dove ogni battito rappresenta esattamente un giorno trascorso sulla Terra, ricordando allo spettatore la tragica perdita di tempo che i protagonisti stanno subendo.
L’opera è intrisa di riferimenti culturali e storici, primo fra tutti la Tesi della Frontiera di Frederick Jackson Turner, ma attinge anche all’estetica del Dust Bowl degli anni ’30 e alla letteratura di John Steinbeck.
Anche il personaggio di Murph, originariamente scritto come un maschio nella sceneggiatura di Jonathan Nolan, fu cambiato in una femmina per portare a compimento un rapporto padre-figlia più sfaccettato e meno rappresentato nel cinema di fantascienza.
Interstellar non è un film privo di difetti, eppure dopo quasi tre ore di fantascienza, ci si ritrova emotivamente scossi, perché qualcosa ha colpito nel segno.
“Fabbrica della Comunicazione. Il Linguaggio dei Media” è il mio libro sulla comunicazione e Media, in cui si parla anche di cinema.







