La rubrica Spoiler – in formato podcast è cura della giornalista Beatrice Silenzi – direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
1865, San Pietroburgo. Siamo ancora distanti dalla modernità e dal progresso, eppure la capitale russa non ha solo il compito di amministrare un impero già in bilico tra un passato feudale e un futuro industriale; essa è un laboratorio di febbri ideologiche, un crocevia dove la ragione si scontra con l’irrazionalità sotto le volte di vetro del Passaž, famosa galleria commerciale coperta a tre piani simbolo di modernità europea, costruita una ventina d’anni prima su Nevskij Prospekt.
Dostoevskij frequenta spesso questo luogo, anche nei momenti più bui e, paradossalmente, più fertili della sua esistenza. Il vecchio Leone, sicuramente non domo con le sue centinaia di migliaia di pagine tra racconti e opere filosofiche, teatrali e pedagogiche, per questa volta pubblica un romanzo breve, che appare sulle colonne dell’ultimo numero della rivista letteraria Epocha, fondata dallo stesso autore e chiusa dopo appena un anno di bocconi amari.
Reduce dal lutto devastante per la morte della prima moglie Marija del fratello Michail, l’anno precedente, schiacciato da debiti contratti per sostenere la rivista e dalla sua stessa dipendenza dal gioco, in una condizione di precarietà assoluta, Dostoevskij dà vita a “Il coccodrillo”.
L’opera è il “racconto veritiero di come un signore di una certa età e di un certo aspetto fu inghiottito vivo, tutto intero, dal coccodrillo del Passage, e di quanto ne conseguì” e si presenta come un frammento incompiuto, una satira feroce che viene accolta in prima battuta con sconcerto e una certa ostilità dalla critica coeva, ma se osservata oggi, appare come un ponte essenziale tra le riflessioni filosofiche radicali di Memorie dal sottosuolo e la monumentale indagine psicologica di Delitto e castigo.
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La genesi dell’opera Il coccodrillo. Un caso straordinario, non può essere slegata dal contesto delle riforme zariste.
La Russia ha appena vissuto l’emancipazione dei servi della gleba (1861) e si sta aprendo,in un misto di entusiasmo e terrore, ai capitali stranieri e alle innovazioni tecnologiche e la galleria commerciale diventa emblema di questa transizione: uno spazio di consumo modellato sui passaggi parigini, dove la merce diventa spettacolo e l’individuo si trasforma in spettatore o, come nel caso di Ivan, in attrazione.
Siamo a Pietroburgo, Inverno 1865. nel Passaž, la sontuosa galleria commerciale sul Nevskij Prospekt, un posto elitario considerato che presto sarà introdotta una tassa di passaggio per limitarne gli accessi. Sotto la copertura ad arco in vetro e acciaio della galleria appare un funzionario dello Stato: il suo nome è Ivan Matveič e, accompagnato dalla civettuola consorte Elena, si imbatte nel coccodrillaio tedesco che da qualche giorno sta presentando con orgoglio il suo coccodrillo.
D’un tratto il colpo di scena: baldanzoso e curioso il funzionario decide di svolgere una sorta di visita laringoiatrica al rettile e accade l’inimmaginabile!
L’ambiente è descritto con una precisione che ne sottolinea la natura artificiale, un luogo che rappresenta ciò che sarebbe stato definito una “fantasmagoria” del capitalismo: un sogno di pietra e vetro che oscura le reali relazioni di produzione e trasforma tutto in feticcio.
L’incidente avviene con una rapidità tipica dei cartoon: Ivan Matveič, nel tentativo di infastidire l’animale per testarne la vitalità, viene inghiottito in un sol boccone.
La reazione immediata non è di terrore metafisico, ma di preoccupazione burocratica ed economica.
Il proprietario tedesco non teme per la vita della vittima, quanto per la salute dell’animale, nell’ansia che l’inghiottimento di un uomo intero possa provocargli un’indigestione letale, distruggendo così il suo capitale.
E Ivan Matveič? Sta provando terrore all’interno del “sonnacchioso abitante del regno dei faraoni”?
Macché! Il funzionario, fedele al carrierismo che permea la sua società e al suo irrefrenabile narcisismo e mediocrità, vuole sfruttare al massimo quella inaspettata occasione: “Da molto tempo desideravo un’occasione che facesse parlare tutti di me”.
Ora sì che può essere considerato come ha sempre sognato, ora sì che può ergersi a virtuoso maestro dell’umanità, sedersi alla stessa tavola degli dei e battere i pugni esigendo fiducioso l’immortalità “spero di vivere almeno mille anni, se è vero che i coccodrilli vivono così a lungo”.
Solo una preoccupazione gli passa per la testa, seppur per un istante: quella di essere digerito e fare l’umiliante fine di una patata.
Elena Ivanovna, dal canto suo, oscilla tra il desiderio isterico di vedere il mostro “squartato” e la preoccupazione per il proprio decoro sociale.
Ma quali sono le implicazioni letterarie, sociali e altresì distopiche? Il nucleo tematico più dirompente dell’opera risiede nella subordinazione sistematica dell’umanità al “principio economico”.
Dostoevskij utilizza l’assurdo per mettere a nudo il cinismo della nuova classe dirigente russa e l’influenza del pensiero utilitarista occidentale. Lo scontro è con un muro di indifferenza ideologica: non si può intervenire contro il proprietario del coccodrillo perché la Russia ha bisogno di investimenti stranieri e la proprietà privata è sacra.
Lo stesso Ivan, dall’interno della bestia, concorda con questa logica, comprendendo che la sua nuova condizione lo ha trasformato velocemente in una celebrità e che il proprietario tedesco ha il diritto di chiedere un prezzo esorbitante per la sua liberazione o, meglio ancora, per permettere al pubblico di ascoltare i suoi discorsi dal ventre del mostro.
Il coccodrillo è una storia strana, senza finale, sospesa nel paradosso: critica umoristicamente la società colta della città inventata da Pietro il Grande: una società asservita al “principio economico”, in marcia spedita verso il progresso, da cui emerge la crisi dei valori, dimenticati per fare spazio al dio denaro, alle nuove necessità e alle apparenze.
Cupidigia, arrivismo, avidità: mali che si sarebbero ripresentati e rinvigoriti a metà del secolo successivo.
Dunque il Coccodrillo diventa un simbolo polisemico: come metafora del Sistema, il rettile rappresenta l’Europa capitalista (ovvero un’entità vorace che consuma la Russia, mantenendola in vita solo come attrazione o mercato), rappresenta la Burocrazia (ovvero un sistema elastico e vuoto all’interno, dove i funzionari si accomodano pur essendo prigionieri) rappresenta l’Ideologia (ovvero una struttura che avvolge l’individuo, dandogli l’illusione di avere importanza mentre lo separa dalla realtà della vita).
Tale “prigionia confortevole” è uno degli aspetti più inquietanti del racconto. Matveič afferma che all’interno dell’animale non c’è pressione, non c’è odore opprimente (se non un vago sentore di gomma) e, soprattutto, non c’è bisogno di fare scelte, esplicitando la negazione del libero arbitrio in cambio della sicurezza e della notorietà, un tema che prefigura la critica alla società dei consumi.
Ma l’elemento che causò un enorme scandalo all’epoca fu la percezione che il racconto fosse un attacco personale a Nikolaj Černyševskij, pensatore radicale che in quel periodo era incarcerato nella fortezza di Pietro e Paolo.
Sebbene Dostoevskij ne abbia negato l’intento malevolo, qui si assiste innegabilmente ad una parodia dell’intellettuale razionalista che crede di poter risolvere tutti i mali dell’umanità attraverso sistemi chiusi.
“Dalla pancia del coccodrillo verranno la verità e la luce… ammaestrerò l’oziosa folla” proclama Ivan con boria: questa è la critica di Dostoevskij all’arroganza dell’intellettuale “progressista” che, pur essendo completamente isolato dalla vita reale pretende di essere un faro per le masse.
E l’autore insiste sul fatto che il coccodrillo sia “vuoto”: un’osservazione fisica che ha una valenza filosofica profonda: la fisica stabilisce che la natura non sopporta il vuoto, eppure l’ideologia moderna russa sembra essere costruita proprio su questa assenza di sostanza spirituale, riempita soltanto dall’ego smisurato di funzionari mediocri.
La tensione del racconto poi non è costruita sull’attesa della liberazione, ma sull’escalation dell’assurdo, intrisa di un’ironia tagliente che non risparmia nessuno: né il progressismo di facciata, né il conservatorismo ottuso, né la vanità borghese.
È una “disanima simbolica” di una società ipocrita dove il denaro è l’unico vero motore del mondo. Nel dialogo tra l’amico e Ivan nel ventre del mostro sulla libertà, quest’ultimo risponde con disprezzo: “Solo gli scriteriati amano la libertà, mentre i saggi amano l’ordine”.
L’affermazione è cruciale: vi riecheggia Epicuro in quel lathe biosas (“vivi nascosto”) reinterpretato come un nascondersi dentro il sistema per evitare lo sgomento della realtà. Ivan ha scoperto che essere “dentro” significa essere liberi dal “fardello della scelta” e dal “libero arbitrio”, e vive la libertà di colui che non deve più agire, perché è diventato l’oggetto dell’azione altrui, del pubblico che paga per vederlo).
È una libertà mistica alla rovescia, dove la sottrazione di volontà non porta alla comunione con Dio, ma alla fusione con la materia inerte e con la fama effimera.
Quanto siamo disposti a sacrificare della nostra dignità e della nostra libertà in cambio di un ruolo, di una sicurezza o di una “visibilità” sociale?
Dunque Ivan è complice entusiasta del proprio annullamento, purché questo avvenga sotto le luci della ribalta.
Nonostante sia rimasto incompiuto, Il coccodrillo è stato modello per Kafka e per il teatro dell’assurdo di Ionesco e Beckett. L’analogia più calzante – e forse più vicina a noi – è quella con i “15 minuti di fama” di Andy Warhol, poiché Ivan è il precursore di chiunque cerchi la notorietà attraverso i social media, la pancia del coccodrillo dove ci sentiamo protetti e importanti mentre siamo osservati da milioni di estranei.
Il successo odierno dell’opera è significativo.
È una satira politica e una distopia, è un racconto umoristico che nasconde un’angoscia spirituale, ma è anche un invito a diffidare di chiunque pretenda di ammaestrare l’umanità da una posizione di isolamento sicuro, ed è un monito spietato su come l’avidità e la vanità possano trasformare un essere vivente in un bolo digeribile dal sistema. E in ultima analisi: chi è il vero mostro, l’animale che inghiotte per istinto o l’uomo che si fa inghiottire per calcolo?
“Fabbrica della Comunicazione. Il Linguaggio dei Media” è il mio libro sulla comunicazione e Media







