La rubrica Liberi dalle Dipendenze – con interviste video a professionisti ed esperti – è cura della giornalista Beatrice Silenzi direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione, qui con la dott. Cristina Ombra, psicoterapeuta.
Ogni mattina, al risveglio, portiamo con noi i frammenti di un mondo misterioso e affascinante che abbiamo visitato durante il sonno.
Le tracce oniriche, a volte vivide e a volte evanescenti, rappresentano una parte fondamentale della nostra esistenza: passiamo infatti una porzione significativa della nostra vita sognando.
Ma che cos’è esattamente il sogno e quali sono le porte d’accesso per comprenderlo? Secondo la dottoressa Cristina Ombra, psicoterapeuta, esistono tre grandi vie per interpretare l’attività onirica: la divinazione, la psicanalisi e le neuroscienze.
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Storicamente, la prima via d’accesso è stata quella della divinazione. Nel mondo antico, il sogno era considerato un messaggio degli dei, un ponte tra l’umano e il divino.
Questa eredità culturale sopravvive ancora oggi nelle tradizioni popolari, come l’interpretazione dei sogni per ricavarne numeri da giocare al lotto.
Tuttavia, nella pratica psicoterapeutica, il sogno non è un presagio magico, ma un simbolo che va contestualizzato nella storia personale e nella struttura di personalità di chi lo racconta.
La seconda porta è quella della psicanalisi. Con la pubblicazione de L’interpretazione dei sogni tra il 1899 e il 1900, Sigmund Freud ha rivoluzionato il campo, definendo il sogno come la “via regia verso l’inconscio”.
Per Freud, il sogno è lo spazio in cui i desideri repressi e gli istinti eludono la censura della coscienza. Carl Gustav Jung, suo celebre discepolo, ha poi ampliato questa visione, introducendo la dimensione degli archetipi e collegando la vita onirica alla spiritualità, sia occidentale che orientale.
Infine, la terza porta è quella delle neuroscienze. Grazie allo studio della fase REM (Rapid Eye Movement), la scienza ha potuto osservare il sogno dal punto di vista fisiologico e neurale.
Oggi sappiamo che sogniamo ogni notte, anche quando non lo ricordiamo.
Il ricordo dipende spesso dal momento del risveglio e dalla nostra propensione all’ascolto interiore.
Il sogno come laboratorio emotivo
Perché sogniamo? Spesso il sogno funge da vero e proprio “scarico mentale”. Durante la notte, le coordinate spazio-temporali si dissolvono: possiamo trovarci in luoghi lontani o rivivere episodi del passato come se fossero presenti.
Soprattutto, nel sogno cade la censura della vita diurna. Questo permette l’emergere di parti di noi che tendiamo a negare o nascondere a noi stessi.
Situazioni di stress, traumi o conflitti irrisolti possono manifestarsi sotto forma di incubi, portando a galla angosce che di giorno riusciamo a inibire.
Al contrario, il sogno può anche regalarci esperienze di profonda gioia e bellezza, caratterizzate da colori e profumi vividi.
In entrambi i casi, il sogno agisce come un laboratorio in cui la nostra coscienza elabora, trasforma e tenta di risolvere i vissuti emotivi.
La frontiera dei sogni lucidi
Una delle aree più discusse e affascinanti della ricerca onirica è quella dei sogni lucidi.
Si definisce “lucido” un sogno in cui il sognatore è consapevole di stare sognando. In questa condizione, si smette di essere spettatori passivi e si assume, in qualche modo, il ruolo di registi della propria trama onirica.
Stephen LaBerge, pioniere in questo campo, ha evidenziato le connessioni tra il sogno lucido e la meditazione (come lo Zen), dove si pratica la “disidentificazione” per diventare osservatori dei propri processi cognitivi.
Il sogno lucido può essere utilizzato come strumento metacognitivo per esplorare la propria realtà interiore e, talvolta, viene impiegato anche in ambito terapeutico per affrontare dilemmi personali o blocchi emotivi.
Nonostante il fascino dei “viaggi onirici”, la dottoressa Ombra mette in guardia dai pericoli del “fai da te” o di approcci pseudo-scientifici. Sebbene sul web circolino teorie suggestive su viaggi astrali o distacchi dal corpo (come il celebre “filo d’argento”), la psicologia clinica preferisce restare ancorata alla realtà psichica del soggetto.
Indurre sogni lucidi o stati di ipnosi senza la supervisione di un esperto comporta dei rischi, specialmente per persone che attraversano fasi di forte depressione o disturbi dissociativi.
Il pericolo è quello di creare una “derealizzazione”, uno scollamento dalla realtà che può essere destabilizzante.
La consapevolezza non deve mirare all’acquisizione di “superpoteri”, ma alla capacità di osservare le proprie emozioni rimanendo ben radicati nel proprio corpo e nella propria realtà quotidiana.
“È Tossico: Viaggio nelle Dipendenze e nei Comportamenti Devianti” è il mio libro in cui vengono trattate le forme di dipendenza, le cause, le possibilità di guarigione attraverso la consapevolezza.







