La rubrica È Tossico – in formato podcast per Quarto Piano e prodotta dal settimanale Mondo Padano – è cura della giornalista Beatrice Silenzi – direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.

Non solo vizio.
Il gioco d’azzardo è una patologia complessa in grado di sequestrare la mente ed annientare affetti, dignità e sicurezza economica, in questo nuovo viaggio ripercorriamo le tappe di una veloce discesa e di una lenta risalita, per conoscere i meccanismi cerebrali della dopamina, le distorsioni cognitive e le trappole psicologiche che rendono il gioco d’azzardo una prigione, da cui è possibile uscire, vincendo la scommessa più importante: quella di riappropriarsi della propria vita.

Questa è la nuova rubrica podcast per Quarto Piano, prodotta dal settimanale Mondo Padano che, partendo proprio dal mio recente saggio “È Tossico: Viaggio nelle Dipendenze e nei Comportamenti Devianti” racconta storie di dipendenza dei nostri tempi, che toccano e, purtroppo, impattano su rapporti e relazioni.

Nelle slot machine, in particolare, la “quasi-vincita”, ovvero quando due simboli sono uguali e il terzo sfiora il colpo, non è percepita dal cervello come una perdita, ma come uno stimolo eccitante che attiva i medesimi circuiti neuronali del successo, incentivando la reiterazione del gioco.
Col tempo, le gratificazioni quotidiane come il cibo, gli affetti o la vita sessuale perdono di attrattiva ed il giocatore, assorbito dal loop ludico, necessita di scommettere somme sempre più ingenti per rigenerare lo stesso picco dopaminergico, perdendo la capacità di inibire l’impulso anche di fronte alla consapevolezza razionale di una imminente rovina economica e psichica.

Il meccanismo più efficace per consolidare tale dipendenza è il “rinforzo intermittente” per cui ricevere premi in modo casuale e imprevedibile rende la ludopatia estremamente difficile da eradicare.
L’incertezza sulla vincita, unita alla sua costante possibilità, genera un legame psicologico fortissimo a cui si aggiunge l’illusione di poter influenzare gli esiti tramite rituali scaramantici o analisi statistiche fallaci ed inoltre percepire l’azzardo come l’unico rimedio ai debiti causati dal gioco stesso alimenta un circolo vizioso devastante.

Per molti giocatori, infine, la spinta non è il guadagno, ma il bisogno di spegnere la mente per fuggire da ansia, depressione, solitudine e stress lavorativi o familiari e nella condizione, definita come “machine zone”, il mondo esterno svanisce in una sorta di calma anestetica ed è proprio a causa di questa stratificazione psicologica che la guarigione richiede necessariamente un approccio terapeutico multidisciplinare.

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Questa storia inizia con un mazzo di carte. Il profumo del caffè e qualche bottiglia di birra trangugiata senza troppa attenzione ogni venerdì sera a casa del suo migliore amico, era l’unico svago di Giulio.
Una partita a poker, chiacchiere, risate: il divertimento per tutti era “stare insieme”, puntando pochi euro. In realtà per Giulio non era così: se perdeva, era di malumore tutto il weekend, non tanto per i soldi, quanto per lo smacco subito.

Quando si avvicinava l’appuntamento del venerdì, una strana sensazione lo faceva sentire euforico, mentre la cena con gli amici era diventata la noiosa anticamera che lo avrebbe portato al momento in cui le carte sarebbero state distribuite.
In vacanza con la moglie, quell’anno, aveva insistito per una serata al celebre casinò, e già all’ingresso si sentiva come un bambino nel paese dei balocchi, attratto da tavoli verdi e croupier, dal rumore delle fiches e delle slot, dai vestiti eleganti di gente ricca.
Il suono ritmico della pallina nella roulette lo aveva chiamato come le sirene di Ulisse e la data del suo matrimonio e un santino in tasca, come portafortuna, gli avevano fatto vincere duemila euro!

Abbracciando la moglie le aveva sussurrato: Sono imbattibile! poi con l’intera somma le aveva comprato un anello. La Dea Fortuna era dalla sua parte!
Tornato in città, per non perdere l’influsso positivo, era entrato in una sala da gioco. Certo, non era come stare al casinò, ma non era neppure come stare a casa dei suoi amici obbligato a cibo, bevute e chiacchiere per poter fare una partita a poker.

Poi aveva scoperto che anche nei bar c’erano aree adibite al gioco e così, il coffeebreak era diventato occasione per fermarsi alle slot dove nel giro di pochi giorni a fronte di una vincita di una manciata di euro, si era ritrovato con un esborso significativo dell’ordine di dieci, e poi cento volte la posta iniziale. Aveva deciso di non preoccuparsene. che sarà mai? si diceva
Era tutto sotto controllo, tutto perfettamente gestibile grazie al suo stipendio di impiegato.
Qualche bugia raccontata alla moglie, un paio di multe e alcuni pagamenti fittiziamente reclamati gli servivano per giustificare quelle spese che cominciavano ad essere pesanti.

“Questa è l’ultima. Recupero e smetto, ce la posso fare” ma dopo un istante, il suo cervello gli ordinava di fare ancora un altro tiro.
Il gioco era diventato un secondo lavoro, che invece di garantirgli soldi non gli permetteva più nemmeno la possibilità di andare a mangiare una pizza con la moglie.
La dipendenza era diventata un parassita che reclamava nutrimento Slot machine e videopoker da consumare nelle sale nascoste e spoglie dei locali erano diventate il suo ossigeno.
Così ogni giorno, uscito dal lavoro alle 18, fino all’ora di cena entrava in modalità gioco, tentando di nascondersi da occhi indiscreti, e puntava compulsivamente ed ossessivamente, cercando di intuire, in base a calcoli statistici impossibili, quando la macchina gli avrebbe restituito il maltolto.

A casa, faceva di tutto per apparire tranquillo, anche se la moglie ne intercettava la preoccupazione e un’ansia crescente.
Era diventato burbero e scontroso a tratti irritabile, mangiava male e dormiva pochissimo; inventava storie sempre più assurde per la moglie, vergognandosi di un’ossessione della quale non osava parlare.
Poi un martedì pomeriggio, la moglie alla cassa del supermercato si era vista rifiutare la carta di credito per pagare la spesa.
Tornata a casa, controllando l’estratto conto online l’aveva trovato semi deserto, così quando Giulio era rientrato le valigie lo aspettavano davanti alla porta di casa. Avevano discusso poco.
Lui non era la stessa persona che lei aveva sposato.

Quella notte, aveva dormito in auto. Solo, doveva fare i conti con una frustrazione che non gli dava scampo.
Le mani tremavano per l’astinenza.
Al mattino aveva chiamato suo fratello chiedendo aiuto e nel giro di qualche giorno aveva iniziato il percorso al SerD (Servizio per le Dipendenze) e in gruppi di auto-aiuto.
Non era solo, c’erano decine di “Giulio” che avevano combattuto contro gli stessi demoni, prima di lui.
I primi mesi erano stati un inferno: doveva consegnare la gestione di ogni singolo centesimo a un tutore, non poteva avere un bancomat, non poteva passare davanti a un bar con le slot senza sentire un morso allo stomaco, ma aveva capito che l’unico modo che ha un giocatore per battere il banco è smettere di giocare.

Oggi Giulio non è un uomo benestante, sta rifondendo i debiti accumulati ed anche sua moglie non è tornata subito: ci sono voluti due anni di terapia e di gesti concreti prima che lei gli permettesse di tornare a cena la domenica, però, dopo tante vicissitudini sente di aver finalmente vinto la scommessa più importante: quella di restare uomo.

Il Disturbo da Gioco d’Azzardo, o ludopatia, è una patologia complessa classificata dal DSM-5 tra le dipendenze comportamentali. Pur non prevedendo l’assunzione di sostanze, essa agisce come una tossicodipendenza: il cervello viene riprogrammato per anteporre l’azzardo a qualsiasi altra necessità biologica o sociale. Il motore biochimico di questo processo è la dopamina, neurotrasmettitore che, contrariamente a quanto si creda, non viene rilasciato tanto al momento della vincita, quanto nell’attesa del risultato. 

Per approfondire queste ed altre dinamiche: È Tossico: Viaggio nelle Dipendenze e nei Comportamenti Devianti

Beatrice