La rubrica Liberi dalle Dipendenze – in formato podcast è cura della giornalista Beatrice Silenzi – direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
Non tutte le relazioni problematiche si manifestano attraverso conflitti chiari o esplosioni emotive.
Alcune restano quasi invisibili poiché non creano scandalo, scenate e non lasciano tracce evidenti, eppure scavano, lentamente e in profondità.
Sono quelle relazioni in cui non si alzano mai i toni, ma si percepisce ugualmente un dolore costante, sottile, che corrode nel tempo.
Nessuna porta sbattuta, nessuna accesa discussione: solo un silenzio denso, ingombrante.
È una tossicità che si manifesta in modo discreto: messaggi che restano senza risposta, sparizioni improvvise, periodi di assenza che non vengono spiegati.
Una presenza alternata, sfuggente, dove l’energia sembra affacciarsi e ritirarsi senza preavviso. Non servono grandi litigi perché una relazione diventi malsana; a volte è proprio la mancanza di chiarezza a ferire più di qualunque parola gridata.
Il dolore più acuto nasce spesso da ciò che non avviene: una conversazione mancata, un confronto mai avuto, una chiusura che non arriva.
Ed è proprio questa assenza di definizione che destabilizza, perché lascia l’altra persona in un territorio emotivo indefinito, dove ogni cosa è rimandata, sospesa, mai conclusa.
La relazione rimane come un filo spezzato a metà, non più integro ma nemmeno reciso.
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Molti conoscono questo tipo di dinamica, ma faticano a nominarla. Perché sembra tutto così “tranquillo” dall’esterno che è difficile riconoscere quanto invece consumi, lentamente, dall’interno.
Una delle caratteristiche più tipiche di queste relazioni è la sproporzione evidente tra il detto e il fatto e spesso chi mette in atto questo comportamento utilizza un linguaggio che coinvolge, emotivamente denso, magnetico; dice cose che aprono spiragli, che alimentano la speranza di un rapporto autentico, che fanno immaginare intimità, progettualità, futuro.
“Con te è diverso”, “Mi fai sentire cose mai provate”, “Sei indimenticabile” sono frasi che arrivano al cuore, regalano incanto e piacevolezza in chi le ascolta, ma subito dopo l’incanto arriva il vuoto.
È lì che la ferita si apre.
Un messaggio che non riceve risposta, una sparizione improvvisa per ore o giorni, la totale mancanza di continuità.
La persona che il giorno prima sembrava profondamente partecipe, il giorno dopo sembra non esserci più.
L’effetto è chiaramente disorientante: si rimette tutto in discussione. Ci si chiede: Era tutto autentico? Era reale solo per me? Ho immaginato qualcosa che non c’era? In realtà no.
Il problema non è aver percepito qualcosa, ma il fatto che l’altra persona abbia creato un coinvolgimento senza poi sostenerlo con la presenza e questo tipo di comportamento disallinea le percezioni: il cuore crede a ciò che ha sentito, mentre i fatti dimostrano tutt’altro.
E in mezzo resta una domanda: perché spingersi a dire tanto, se poi si sceglie di non esserci?
Come spesso mi trovo a ripetere, parlando di manipolazione e dipendenze, il silenzio non è sempre una semplice mancanza di comunicazione.
A volte diventa un mezzo attraverso cui mantenere il controllo, anche senza intenzione consapevole. Chi sparisce senza spiegazioni induce l’altro in uno stato di attesa costante, una sorta di sospensione emotiva.
Una persona, uomo o donna che sia, che lascia aperta la porta ma non entra, presentandosi sempre come una possibilità, mai come una scelta. In questa dinamica, la persona che attende sente di dover interpretare segnali, decifrare comportamenti, cercare giustificazioni.
Il silenzio diventa una specie di messaggio muto, che però richiede una grande quantità di energia emotiva per essere gestito.
E mentre chi scompare non perde nulla, chi resta a chiedersi “perché?” consuma tempo, pensieri, autostima.
Questo tipo di assenza intermittente ha un effetto preciso: crea dipendenza. Perché l’assenza diventa più intensa proprio in proporzione alla forza delle parole pronunciate in precedenza.
Il distacco, dopo un avvicinamento emotivo, è una forma di controllo potente. Produce confusione e attesa. E chi rimane intrappolato in questa altalena finisce per sentirsi colpevole di comportamenti che non dipendono da lui o lei.
L’attesa è uno dei meccanismi più pericolosi in queste relazioni. Non è un’attesa qualunque: ma è piena di pensieri, ricordi, sensi di colpa, interpretazioni.
Si aspetta che arrivi un messaggio, che si concretizzi una spiegazione, che si sciolga un nodo che l’altro non ha alcun interesse a sciogliere. L’attesa diventa una spirale: ci si ritrova a controllare il telefono, a immaginare scenari, a costruire significati che non esistono.
Si rimane legati non a qualcosa di reale, ma a una speranza. E mentre si aspetta, si rimane sospesi: non si riesce a chiudere, non si riesce a proseguire, non si riesce nemmeno a vivere pienamente il presente.
Il futuro si riduce a un unico interrogativo: “tornerà?”. E il punto è proprio questo: chi sceglie di sparire quando dovrebbe parlare ha già dato la sua risposta, solo che non utilizza le parole per comunicarla.
Lo fa attraverso il comportamento. E chi decide di non esserci, di solito non cambia nel tempo.
Se ritorna, lo fa replicando la stessa dinamica, senza assumersi alcuna responsabilità.
Capire di essere dentro una relazione tossica “silenziosa” non è immediato. Ci vuole tempo, lucidità e soprattutto la capacità di osservarne i meccanismi, poiché le singole assenze possono sembrare episodi isolati; ma la ripetizione mostra la realtà.
Alcuni segnali rivelatori?
Il manipolatore fa dichiarazioni forti ma poi non sostiene nulla con i fatti; scompare per periodi più o meno lunghi senza dare alcuna motivazione e torna come se nulla fosse; non chiede come stai, non si interessa alla tua vita in modo concreto e resti tu, costantemente appeso, come se stessi “chiedendo troppo”, anche quando domandi solo rispetto, passando più tempo ad aspettare che a vivere la relazione; e ogni volta che torna, nulla è diverso da prima.
Questi comportamenti non sono sfortunati episodi: sono un modello relazionale disfunzionale, che svuota invece di nutrire. La difficoltà sta nel fatto che chi vive dentro queste dinamiche tende a giustificare l’altro e i suoi comportamenti: “sarà un periodo difficile”, “non devo essere pressante”, “forse sono troppo sensibile”.
Poi c’è un aspetto che il manipolato scopre solo dopo essersi allontanato da queste relazioni, ovvero quanto chi era fuori avesse percepito la tossicità da tempo.
Amiche ed amici che provavano a mettere in guardia, a segnalare comportamenti che loro vedevano chiaramente mentre la vittima immersa nel coinvolgimento, non riusciva a cogliere.
Non per ingenuità. Ma perché quando si è emotivamente coinvolti, il cuore tende a costruire narrazioni che permettono di sostenere la speranza. Gli altri, invece, dall’esterno possono osservare la situazione con occhi liberi dal trasporto emotivo.
E quando finalmente ci si stacca da quella relazione, diventa evidente che molti dei loro timori erano fondati. Quel confronto – anche se difficile da accettare in quel momento – diventa prezioso.
È una forma di tutela. E spesso rappresenta uno degli elementi che aiutano a rimettere insieme ciò che la relazione aveva fatto vacillare.
Proteggersi da questo tipo di dinamica significa innanzitutto smettere di raccontarsi che “andrà meglio” senza alcuna prova.
Significa riconoscere la realtà dei fatti: chi ripete gli stessi comportamenti non sta affrontando alcun cambiamento.
Il primo passo è vedere. Vedere ciò che accade, non ciò che si spera.
Il secondo è smettere di giustificare. Chi scompare senza motivo lo fa perché può farlo, perché non sente alcun dovere di rispetto nei confronti dell’altro.
Il terzo è occuparsi di sé: ritrovare i propri spazi, i propri desideri, la propria voce.
E infine, arriva la scelta più difficile: chiudere.
Non sempre serve un confronto. A volte non è nemmeno possibile, perché l’altro non lo renderebbe costruttivo. Chiudere è un atto di dignità. È un modo per dire: “non accetto più di essere trattato così”. Serve a scegliere la propria pace, a proteggere il proprio equilibrio, a lasciare andare chi, con il suo silenzio, aveva già rinunciato a esserci davvero.
E se vuoi approfondire le dinamiche di dipendenze e comportamenti devianti, ti consiglio il saggio: È Tossico: Viaggio nelle Dipendenze e nei Comportamenti Devianti







