La rubrica Liberi dalle Dipendenze – con interviste video a professionisti ed esperti – è cura della giornalista Beatrice Silenzi direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione, qui con la dott. Cristina Ombra, psicoterapeuta.

Viviamo in una società attraversata da una tensione costante.
Una tensione che non riguarda soltanto le grandi città o le periferie considerate difficili, ma che ormai si manifesta anche nei piccoli centri, nei rapporti quotidiani, nei social network, nelle famiglie e persino nelle relazioni più intime.
È una sensazione diffusa, quasi permanente: quella di essere continuamente sotto pressione, in allerta, esposti a un’aggressività crescente che sembra contaminare ogni aspetto della vita contemporanea.

Di questo tema si è parlato nel corso di una riflessione insieme alla psicoterapeuta Cristina Ombra, affrontando il delicato rapporto tra aggressività, violenza, trauma collettivo e paura sociale.
La prima distinzione fondamentale riguarda proprio i concetti di aggressività e violenza, spesso confusi nel linguaggio comune ma profondamente differenti sul piano psicologico.

L’aggressività appartiene alla sfera istintuale dell’essere umano: è una componente naturale, collegata alla sopravvivenza, all’autodifesa, alla capacità di affermare sé stessi. In questo senso può perfino assumere una funzione adattiva ed essere legata all’assertività.
La violenza, invece, introduce un elemento ulteriore: la volontà di distruggere, di dominare, di arrecare danno. Non è più semplice impulso, ma intenzione consapevole di ferire l’altro.

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Eppure, nella società contemporanea, questi due aspetti tendono sempre più a sovrapporsi.
Basta osservare fenomeni come le baby gang, il cyberbullismo o la crescente aggressività verbale che invade i social network.
Le piattaforme digitali sono diventate luoghi dove frustrazioni personali, paure e rabbia trovano sfogo immediato.

La distanza dello schermo elimina filtri e responsabilità, trasformando il conflitto in un’esibizione continua di ostilità.
L’hater non colpisce soltanto l’opinione dell’altro: spesso cerca inconsciamente un bersaglio su cui proiettare parti di sé che non riesce ad accettare.

Secondo Cristina Ombra, viviamo in una società “iperstimolata”, sovraccarica di informazioni, allarmi, conflitti e immagini traumatiche.
Questo produce una difficoltà crescente nel gestire le reazioni emotive. Il nostro sistema nervoso resta costantemente in stato di allerta, pronto a reagire in maniera eccessiva anche a stimoli minimi. È qui che entra in gioco il trauma collettivo.

Gli ultimi anni hanno lasciato segni profondi. La pandemia, con il suo carico di paura, isolamento, controllo sociale e bombardamento mediatico, ha rappresentato un’esperienza traumatica condivisa su scala globale.
Molti hanno tentato di rimuovere quel periodo con superficialità, aggrappandosi a slogan rassicuranti o fingendo che tutto fosse tornato come prima.
Ma il trauma, quando non viene elaborato, continua a vivere sotto traccia. Cambia le relazioni, altera la percezione della sicurezza, aumenta la diffidenza verso gli altri e alimenta ansia e aggressività.

Da un punto di vista neurofisiologico, il sistema nervoso umano reagisce al pericolo attraverso tre modalità fondamentali: fight, flight e freezing.
La lotta, la fuga e il congelamento. Alcune persone reagiscono attaccando, altre si ritirano, altre ancora restano paralizzate emotivamente e cognitivamente.
Sono meccanismi antichi, profondamente radicati nell’evoluzione umana, ma che oggi vengono continuamente sollecitati da una realtà percepita come minacciosa.

Questo clima di paura permanente produce conseguenze enormi. Non ci sentiamo più sicuri per strada, nei rapporti sentimentali, sul lavoro o persino online.
Viviamo circondati da sistemi di allarme, telecamere, controlli, ma allo stesso tempo siamo interiormente fragili.
Basta un commento negativo sui social, una critica o un conflitto per generare stati d’ansia sproporzionati.
È come se il confine tra pericolo reale e percezione del pericolo si fosse progressivamente assottigliato.

In questo contesto emerge anche il concetto di “trigger”, oggi molto diffuso soprattutto sui social.
Un trigger non è un semplice fastidio: è uno stimolo che riattiva un trauma non elaborato, provocando reazioni emotive e corporee intense.
Tachicardia, sudorazione, blocco emotivo, panico: il corpo reagisce come se stesse rivivendo un’esperienza dolorosa del passato.
Il problema è che spesso non siamo nemmeno consapevoli dell’origine di queste reazioni.

Da qui nasce l’importanza del lavoro sul corpo e sulla consapevolezza. Cristina Ombra sottolinea come uno degli strumenti più potenti e sottovalutati sia il respiro.
Respirare in modo consapevole significa imparare a regolare il sistema nervoso, ritrovare presenza mentale e interrompere il circuito automatico della paura.
Non si tratta di una pratica astratta o esoterica, ma di un vero e proprio allenamento interiore.
Le tecniche di meditazione, mindfulness e respirazione permettono di riportare attenzione al momento presente, riducendo l’iperattivazione emotiva che caratterizza la società contemporanea.

In questo percorso assume grande importanza anche il concetto buddhista di impermanenza, richiamato durante la conversazione.
Tutto cambia continuamente: le emozioni, le paure, le relazioni, persino l’immagine che abbiamo di noi stessi.
Il problema nasce quando cerchiamo disperatamente di aggrapparci a certezze assolute in un mondo che per sua natura è instabile.
Accettare il cambiamento non significa rinunciare alla sicurezza, ma imparare a convivere con l’incertezza senza esserne distrutti.

La vera sfida, allora, non è eliminare completamente la paura — cosa impossibile — ma impedire che la paura diventi il centro della nostra esistenza.
Perché vivere costantemente nell’ansia significa smettere di vivere davvero e limitarsi a sopravvivere.
E forse, in un’epoca dominata dall’allarme permanente, il gesto più rivoluzionario resta proprio questo: ritrovare presenza, lucidità e connessione con sé stessi.

“È Tossico: Viaggio nelle Dipendenze e nei Comportamenti Devianti” è il mio libro in cui vengono trattate le forme di dipendenza, le cause, le possibilità di guarigione attraverso la consapevolezza.

Beatrice