La rubrica È Tossico – in formato podcast per Quarto Piano e prodotta dal settimanale Mondo Padano – è cura della giornalista Beatrice Silenzi – direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
Quando il corpo si espande per contenere un disagio personale, professionale, affettivo che si fa ogni giorno più grande e che altrove non trova voce, l’immagine e la salute dell’individuo sono solo due aspetti di un meccanismo che si adopera già per gestire battaglie interiori non risolte.
La dipendenza da junk food, altrimenti detto cibo spazzatura è dunque il sintomo di tale disconnessione profonda, un ciclo in cui il piacere chimico del mangiare solo certi tipi di alimenti si trasforma nell’unico linguaggiopossibile per comunicare con se stessi.
Questa è la nuova rubrica podcast per Quarto Piano, prodotta dal settimanale Mondo Padano che, partendo proprio dal mio recente saggio “È Tossico: Viaggio nelle Dipendenze e nei Comportamenti Devianti” racconta storie di dipendenza dei nostri tempi, che toccano e, purtroppo, impattano su rapporti e relazioni.
La dipendenza da cibo spazzatura rappresenta oggi una delle sfide più complesse della società poiché coinvolge meccanismi neurobiologici profondi e sofisticati, dunque non è semplicemente una mancanza di forza di volontà.
Al centro di questo fenomeno si trova ed opera il sistema di ricompensa del cervello che reagisce al consumo di zuccheri raffinati e grassi idrogenati in modo del tutto simile a come farebbe nell’assunzione di sostanze stupefacenti.
Quando si ingeriscono alimenti specifici vengono rilasciate dal cervello massicce dosi di dopamina che creano piacevolissime sensazioni di benessere, di immediata ed intensa euforia che tutto l’organismo registra come segnali di massima soddisfazione.
Con il tempo questa stimolazione portata sempre all’eccesso conduce ad una situazione in cui i recettori neuronali, adattandosi, costringono l’individuo a consumare quantità sempre maggiori di cibo spazzatura per ottenere lo stesso livello di gratificazione.
Tale processo è detto “di tolleranza” è aggravato dal fatto che oggi, il cosiddetto punto di estasi o bliss point è una precisa combinazione chimica di salato dolce e grasso studiata ad hoc dall’industria che produce alimenti iper-palatabili per bypassare i segnali naturali della sazietà propri dell’ormone leptina.
In parallelo alla dinamica biochimica si innesca poi anche una componente psicologica legata alla regolazione emotiva per cui il cibo diventa per il consumatore uno strumento di autocura contro ansia stress o solitudine.
Il picco glicemico che ne consegue, con il crollo dell’insulina, genera un circolo vizioso in cui si ha sempre voglia di mangiare e stanchezza in un loop di consumo ininterrotto.
La dipendenza da junk food altera inoltre il microbiota intestinale influenzando l’asse intestino-cervello e rendendo ancora più difficile il distacco da sapori artificiali e dagli additivi che sostituiscono velocemente la percezione del gusto naturale.
La transizione verso l’obesità diventa quindi la manifestazione fisica più ovvia di una gabbia metabolica in cui il corpo accumula riserve energetiche che non riesce mai ad utilizzare ed allo stesso tempo, la mente resta intrappolata in una dipendenza fatta di voglie e fame nervosa o emotiva.
Uscire da questo meccanismo richiede un approccio multiplo che unisca terapie psicologiche a quelle nutrizionali e mediche e che non si limiti alla restrizione calorica ma che affronti la disintossicazione e la rieducazione dell’individuo per restituirgli la sovranità sulle proprie scelte alimentari e sulla propria salute a lungo termine.
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Loredana aveva solo bisogno di conforto. Aveva litigato con il fidanzato Andrea e, dal momento che la pioggia era battente, si era rifugiata in pasticceria.
Invece del solito semplice caffè aveva messo gli occhi su un invitante bombolone ripieno di crema pasticcera e, mangiandolo, si era sentita meglio al punto che era uscita dal locale con un vassoio colmo di pasticcini che aveva portato a cena da sua madre.
Erano mesi che la crisi aveva preso il sopravvento sull’amore, ma il piacere che aveva provato deliziandosi con quel dolce le era parso una meravigliosa novità.
Cuoca provetta, aveva deciso di regalarsi momenti meno salutari per affrontare il disagio di una relazione in via di dissoluzione,
La sua cucina, un tempo regno di verdure fresche e pasti bilanciati, aveva iniziato a subire una mutazione ed in questo nuovo corso c’era sempre spazio per il pane bianco e soffice, per le bibite gassate, salse in vari gusti, formaggi ed affettati, patatine fritte nel surgelatore e superalcolici nel frigo.
Quando si sentiva giù di corda, o stanca, o affaticata, oppure quando con Andrea non carburava, la cucina diventava l’antro delle meraviglie in cui trovare il rimedio all’afflizione.
Un’esplosione di zucchero e felicità, di grassi saturi, additivi e conservanti era la sua valvola di sfogo immediata.
Settimana dopo settimana,aveva smesso di mangiare frutta e verdura per dedicarsi alle merendine confezionate che non smetteva di mangiare finché non era arrivata al fondo del pacco famiglia.
Per cena ordinava pizze e panini che trangugiava sul letto, sola a guardare la tv. Aveva fame!
E anche quando non era così, mangiava come in preda ad una strana voglia che la portava ad una sedazione sensoriale.
Non sapeva più resistere a nulla: ciambelle fritte, gelati, pizzette, panini e patatine erano la coperta di Linus che calda ed accogliente avvolgeva i suoi pensieri.
Le preoccupazioni del lavoro si erano sommate al naufragio della relazione con Andrea, la solitudine, il senso di inadeguatezza erano la sua quotidianità. Aveva anche smesso di guardarsi allo specchio.
Nel giro di un anno era ingrassata oltre venti chili. Le camicie che un tempo scivolavano leggere sui fianchi erano state sostituite da larghi camicioni, felpe e tute di quattro taglie in più.
Non era spaventata dal peso, ma si sentiva affaticata, perennemente stanca. La sua mobilità era diventata difficoltosa: salire le scale una sfida che la lasciava con il fiato corto e il cuore in gola.
Il viso tondo, levigato dallo strato di adipe accumulato ed il collo fuso dolcemente con le spalle.
L’obesità era la sua corazza, costruita strato dopo strato, boccone dopo boccone.
Anche i gesti più semplici, come allacciarsi le scarpe o alzarsi dal divano, richiedevano tempo: il suo corpo era una massa imponente, un monumento in omaggio alla sua dipendenza vissuta come un ciclo infinito di desiderio e consumo.
Quando le analisi avevano segnalato gravi disturbi al fegato, il medico era intervenuto per spiegarle la situazione.
Aveva capito che di cibo si può anche morire, ora non le restava altro che intraprendere la tortuosa ma salvifica strada della disintossicazione.
Il rapporto tra l’essere umano e il nutrimento è ancestrale e risiede nel confine sottile tra necessità biologica e rifugio psicologico.
Nei momenti di profonda vulnerabilità, il cibo può smettere di essere una fonte di energia per trasformarsi in un anestetico dei sensi e l’industria alimentare moderna, grazie ad una sapiente calibrazione di zuccheri raffinati, grassi saturi e additivi, è riuscita a creare prodotti capaci di agire direttamente sui centri del piacere del cervello, innescando meccanismi di gratificazione simili a quelli delle sostanze stupefacenti.
Questa “fame” non può mai essere totalmente appagata perché è nello stordimento, nella pace sensoriale, nella sedazione delle proprie angosce che il fulcro della situazione trova il suo massimo picco.
Per approfondire queste ed altre dinamiche: È Tossico: Viaggio nelle Dipendenze e nei Comportamenti Devianti







