La rubrica È Tossico – in formato podcast per Quarto Piano e prodotta dal settimanale Mondo Padano – è cura della giornalista Beatrice Silenzi – direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
Lo specchio non concede sconti, ma invita a riflettere. E non è un gioco di parole!
Tutto inizia, di solito, con un’inezia: un’imperfezione che non si riesce più a ignorare.
È quel desiderio di ritorno alla giovinezza che si trasforma, lentamente, in una prigione, fatta di vane promesse di eternità.
Una situazione tossica in cui il prezzo da pagare è il sacrificio della propria identità. Sì, si può essere dipendenti dalla bellezza, anche quando è costruita, ma la strada per uscirne è un lungo viaggio interiore
Questa è la nuova rubrica podcast per Quarto Piano, prodotta dal settimanale Mondo Padano che, partendo proprio dal mio recente saggio “È Tossico: Viaggio nelle Dipendenze e nei Comportamenti Devianti” racconta storie di dipendenza dei nostri tempi, che toccano e, purtroppo, impattano su rapporti e relazioni.
La nostra epoca ha dichiarato guerra al tempo. In questa corsa verso un’eterna giovinezza, considerata come sacro graal non c’è solo il capriccio estetico e non è solo questione di vanità.
Semplicemente abbiamo smesso di dare valore alla maturità, scambiando la bellezza del carattere e del carisma con quella della forma standardizzata e vuota.
I motivi sono molteplici: La giovinezza è sinonimo di produttività, flessibilità e dinamismo.
Invecchiare viene percepito come un lento scivolare fuori dal mercato, del lavoro, dei desideri e delle relazioni, mentre essere giovani significa “essere ancora in gioco”.
La ruga, il capello bianco o il cedimento della pelle sono un memento mori: ci ricordano che siamo esseri finiti e che il tempo scorre in una sola direzione, ma cercare di bloccare i segni del tempo sul volto è un tentativo magico di esorcizzare la fine.
Il confronto a cui ci sottopone costantemente lo schermo dello smartphone impone paragone costante e impari con influencer e personaggi celebri filtrati da algoritmi che cancellano imperfezioni, macchie e ombre.
E vedere, attraverso le App la propria versione digitale migliorata crea un importante divario con la versione reale che vediamo riflessa nello specchio.
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Il riflesso che Martina vedeva allo specchio del bagno non era più la sua faccia, era la sua ossessione.
Sotto una luce spietata, che non concedeva sconti, Martina, appena cinquantenne fissava quei solchi verticali ed orizzontali, segno delle prime crepe visibili di un crollo che le appariva imminente.
Come se non bastasse, dal giorno in cui la sua migliore amica le aveva rivelato di essere stata tradita dal marito con la giovane segretaria, Martina aveva iniziato a guardare con sospetto il suo, Carlo, che, negli ultimi tempi sembrava addirittura ringiovanito, mentre su di sé erano solo “cedimenti”, cedimenti ovunque, che neppure il trucco pesante riusciva a mascherare.
Davanti a qualunque specchio, scrutava ogni millimetro del suo viso, finché dal pensiero era passata all’azione.
Così, quando l’ago del chirurgo era riuscito, grazie ad una buona dose di acido ialuronico, a cancellare la sua caratteristica ruga tra le sopracciglia, sopra il naso che le conferiva un’espressione perennemente accigliata, aveva finalmente tirato un sospiro di sollievo.
Poi, tornata a casa, dopo appena una settimana, aveva cominciato a fare i conti con ogni piega sul proprio viso, biglietto da visita di una donna piacente e professionale, come era solita affermare.
Il suo mestiere, perennemente a contatto con il pubblico era diventato l’alibi del doversi mostrare sempre impeccabile. Centinaia di euro spese in creme e trattamenti ormai inefficaci, avevano lasciato il posto a qualche punturina ben assestata.
Dopo qualche piccolo ritocco, che le era costato un po’ troppo in denaro, ma che le aveva fatto guadagnare autostima, Martina sembrava più decisa che mai a voler cancellare tutti i segni del tempo.
Aveva sconfitto il tempo!
Sei mesi dopo grazie ad una combinazione di fille, botox, massaggi ed altri trattamenti di medicina estetica sempre più all’avanguardia, aveva disteso la fronte, alzato gli zigomi, rimpolpato le labbra, da sempre troppo, troppo sottili.
Ogni intervento era come un rito: entrava nello studio del medico col cuore colmo di aspettative.
Sui social seguiva i consigli di bellezza delle ventenni, studiando i loro lineamenti, talvolta innaturali, con la precisione di chi studia fisiognomica; cercando di capire come fare per recuperare quella luce che lei stessa aveva avuto molti anni prima.
Doveva essere bella ed attraente: era un imperativo categorico ormai, perché in certi giorni aveva la sensazione di essere sul punto di appassire, come una rosa sfiorita.
Carlo, sulle prime, l’aveva guardata distrattamente, non si era neppure accorto di quell’aria di freschezza sul suo volto, poi aveva disapprovato.
Lei lo aveva zittito apostrofandolo in malo modo. Le amiche la sostenevano, le donne e gli uomini che incontrava a lavoro la guardavano con ammirazione e un pizzico di invidia, mentre l’appuntamento con il medico era diventato la routine risolutiva ogni volta che si percepiva brutta.
Qualsiasi insoddisfazione legata alle dinamiche di coppia o lavorative veniva puntualmente scaricata sul volto, fino a quando Martina non aveva cominciato a percepirsi diversa e si sentiva oggetto di discorsi di chi anche senza conoscerla, la osservava come si fa con un animale raro.
Aveva speso parecchi soldi per cancellare dei difetti che, ne era consapevole, non erano neppure così gravi.
Al marito aveva detto che ogni parcella era pagata da sua madre, in realtà erano soldi che Martina sottraeva al fondo di famiglia.
Ad ogni intervento provava emozioni contrastanti: ogni volta realizzava un piccolo desiderio, eppure si sentiva insoddisfatta perché il risultato sul volto ogni volta era diverso da come lei lo aveva immaginato.
Non era la Martina dei vent’anni, era una nuova Martina. Il suo viso era come di porcellana, perfetto, impeccabile, però, quando rideva, rimaneva fisso ed i suoi occhi in mezzo a tanta immobilità erano inespressivi, prigionieri.
La rabbia, la felicità non erano accompagnate da alcuna reazioe. Iniziava a non piacersi più. Poi era accaduto qualcosa di inaspettato.
Al compleanno di sua nipote Sofia la bimba se n’era uscita con la frase “Zia, perché la tua faccia non si muove? Sembri una bambola!”.
Era fuggita in bagno, mentre la piccola era stata fortemente sgridata. Si era guardata allo specchio.
Il viso era bello, ma estraneo, le lacrime scivolano su guance immobili.
Chi era Martina? Di certo non quella riflessa nello specchio.
Nei mesi successivi, aiutata da un percorso terapeutico, aveva guardato in faccia la realtà ed affrontato la sua paura più grande: quella di invecchiare. Trasformandosi nell’ossessione della ricerca di una bellezza senza fine, quella insicurezza così profonda le aveva rubato la parte più bella di sé, rendendola schiava di un ideale inesistente.
La giovinezza è oggi spesso vissuta come “status symbol”.
Mostrare un volto levigato a cinquant’anni comunica agli altri: “Ho i soldi, il tempo e la disciplina per curarmi”. In passato, invece, l’anziano era il custode saggio della memoria, che godeva di un’autorità basata sull’esperienza.
Esperienza che oggi conta meno della velocità di apprendimento delle nuove tecnologie.
Così, in un mondo incerto strizzato tra crisi economiche, guerre, instabilità, il corpo rimane l’unico territorio su cui, in modo trasversale, adulti e giovani, sentono di avere ancora un potere.
Ogni ruga racconta storie di vita, di risate condivise, di momenti tristi superati, di situazioni che ci hanno fatti arrivare dove siamo.
Accettare la propria impermanenza e caducità significa liberarsi dall’ansia del controllo, significa esprimere la vera bellezza, quella che sa trasformarsi con grazia e che accetta che la vita lasci le sue impronte.
Escludendo l’ambito ricostruttivo, spazio in cui la chirurgia ripara ferite reali e funzionali, la medicina estetica può facilmente trasformarsi in una prigione psicologica: prenderne atto è un passaggio tanto lacerante quanto vitale.
Poiché non c’è alcun rimedio esteriore che possa curare le ferite dell’anima.
Per approfondire queste ed altre dinamiche: È Tossico: Viaggio nelle Dipendenze e nei Comportamenti Devianti







