La rubrica Liberi dalle Dipendenze – con interviste video a professionisti ed esperti – è cura della giornalista Beatrice Silenzi direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione, qui con la dott. Cristina Ombra, psicoterapeuta.

Negli ultimi anni si è parlato sempre più spesso di manipolazione mentale, controllo dell’informazione e condizionamento psicologico.
Il tema viene affrontato tanto nei dibattiti accademici quanto nei circuiti dell’informazione indipendente, spesso accompagnato da riferimenti a programmi controversi del passato come MK-Ultra o alle nuove forme di influenza esercitate dalle tecnologie digitali.
Ma prima ancora di chiederci chi controlli la nostra mente, forse dovremmo porci una domanda più profonda: siamo davvero liberi?

Secondo la psicoterapeuta Cristina Ombra, il concetto stesso di manipolazione presuppone l’esistenza di una mente libera, mentre la realtà sarebbe molto più complessa.
Ognuno di noi nasce e cresce immerso in una rete di condizionamenti familiari, culturali, sociali e linguistici che modellano il modo in cui interpreta il mondo.
La libertà interiore, dunque, non sarebbe uno stato naturale, ma una conquista che richiede un lavoro costante di consapevolezza.

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In questo quadro assume particolare rilevanza il rapporto tra pensiero e identità. La cultura occidentale tende infatti a identificare la persona con i suoi pensieri, attribuendo loro un valore di verità assoluta.
Eppure molte tradizioni filosofiche e contemplative, dallo Zen alla Quarta Via di Gurdjieff, suggeriscono una prospettiva diversa: i pensieri non sono necessariamente fatti e spesso rappresentano soltanto interpretazioni automatiche della realtà.
Da qui nasce l’affermazione, apparentemente paradossale, secondo cui “la mente mente”.

Il problema si è accentuato nell’epoca digitale. L’attenzione è diventata una risorsa economica e le grandi piattaforme competono costantemente per catturarla. Notifiche, aggiornamenti, video brevi e contenuti personalizzati frammentano la concentrazione e rendono sempre più difficile mantenere una presenza stabile nel momento presente.
Non sorprende quindi che molti insegnanti segnalino una drastica riduzione della capacità di attenzione degli studenti, costringendoli a trasformare la lezione in una continua attività di stimolazione e coinvolgimento.

Questa iperstimolazione produce conseguenze che vanno oltre l’ambito scolastico. La continua connessione digitale tende infatti ad allontanare le persone dalla propria dimensione corporea ed emotiva. Si vive sempre più nella mente e sempre meno nel corpo.
La conseguenza è una crescente difficoltà a riconoscere emozioni, bisogni profondi e stati interiori. In altre parole, si rischia di perdere il contatto con se stessi.

Anche l’intelligenza artificiale si inserisce in questo scenario. Le nuove tecnologie promettono di semplificare la vita delegando compiti sempre più complessi agli algoritmi.
Se da un lato ciò offre vantaggi pratici evidenti, dall’altro apre interrogativi importanti. Quanto più deleghiamo decisioni, analisi e processi cognitivi, tanto più rischiamo di indebolire la nostra capacità riflessiva?
Il rischio, secondo alcuni osservatori, è quello di una progressiva deresponsabilizzazione che potrebbe ridurre l’autonomia del pensiero critico.

Un altro concetto centrale è quello della “mente colonizzata”. Non si tratta necessariamente di una mente controllata da forze esterne, ma di una mente invasa da pensieri parassiti, preoccupazioni ricorrenti e ruminazioni continue.
È una condizione che si manifesta in forme estreme nei disturbi ossessivo-compulsivi, ma che riguarda in misura diversa moltissime persone. Chi vive costantemente proiettato nel futuro o intrappolato nelle proprie paure fatica infatti a sperimentare il presente.

Per uscire da questo circolo vizioso non esistono soluzioni immediate. Il primo passo consiste nell’osservazione e nell’accoglienza delle proprie paure.
In una società orientata alla performance e all’efficienza, fragilità e vulnerabilità vengono spesso negate o considerate difetti da eliminare.
In realtà, riconoscerle rappresenta una delle condizioni fondamentali per sviluppare una maggiore maturità emotiva.

La riflessione si estende poi al tema del trauma e della manipolazione. I programmi sperimentali come MK-Ultra hanno mostrato, almeno secondo le ricostruzioni storiche disponibili, come il trauma possa essere utilizzato per ridurre l’autonomia psicologica dell’individuo.
Più in generale, ogni esperienza traumatica tende a diminuire la capacità di risposta consapevole agli eventi, favorendo reazioni automatiche e aumentando la vulnerabilità emotiva.

Anche nelle relazioni quotidiane esistono forme più sottili di manipolazione. Non sempre si tratta di dinamiche patologiche o intenzionalmente dannose.
Ogni relazione umana contiene infatti elementi di influenza reciproca.
Tuttavia, quando il bisogno di controllo supera determinati limiti, possono svilupparsi rapporti caratterizzati da dipendenza emotiva, abuso psicologico e perdita dell’autonomia personale.

Di fronte a queste sfide emerge una domanda fondamentale: come restare umani? La risposta non sembra risiedere semplicemente nell’abbandono della tecnologia, ma nella capacità di utilizzarla senza diventarne dipendenti.
Coltivare relazioni autentiche, trascorrere tempo nella natura, praticare la meditazione o la mindfulness e sviluppare una maggiore consapevolezza emotiva rappresentano strumenti concreti per recuperare una connessione più profonda con se stessi e con gli altri.

In un’epoca caratterizzata da velocità, distrazione e sovraccarico informativo, la vera rivoluzione potrebbe non essere tecnologica, ma interiore.
Perché la libertà mentale non coincide con l’assenza di condizionamenti, bensì con la capacità di riconoscerli.
E forse il primo passo per evitare di essere manipolati consiste proprio nell’imparare a osservare con maggiore attenzione ciò che accade dentro di noi.

“È Tossico: Viaggio nelle Dipendenze e nei Comportamenti Devianti” è il mio libro in cui vengono trattate le forme di dipendenza, le cause, le possibilità di guarigione attraverso la consapevolezza.

Beatrice