La rubrica Liberi dalle Dipendenze – con interviste video a professionisti ed esperti – è cura della giornalista Beatrice Silenzi direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione, qui con la dott. Cristina Ombra, psicoterapeuta.

La gelosia. Un sentimento antico quanto l’uomo, ma ancora oggi profondamente frainteso.
Lo si associa quasi automaticamente all’amore, come se fosse una sua inevitabile conseguenza, una prova implicita di attaccamento.
E invece la gelosia, come emerge chiaramente dal confronto con la psicoterapeuta Cristina Ombra, è qualcosa di molto più complesso: non una semplice emozione, ma una struttura relazionale che parla di identità, di perdita e soprattutto di paura.

Una definizione semplice ma estremamente efficace: la gelosia nasce quando percepiamo di essere stati spostati dal centro. Non è tanto l’oggetto del desiderio a contare, quanto la relazione con l’altro. È il timore di perdere uno spazio privilegiato, uno sguardo, un riconoscimento.

In questo senso, la gelosia è prima di tutto un’esperienza di deprivazione. Si avverte una sottrazione: di attenzione, di amore, di unicità. Ed è proprio questo elemento a distinguerla dall’invidia.

Spesso confuse nel linguaggio comune, gelosia e invidia operano su piani diversi.
L’invidia riguarda l’oggetto: desidero ciò che l’altro possiede.
La gelosia riguarda la relazione: temo di perdere l’altro o il suo sguardo su di me.
L’invidia può trasformarsi in competizione, anche distruttiva.
La gelosia invece introduce un elemento più profondo e inquietante: la paura della sostituibilità. Non essere più l’unico. Non essere più necessario.

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La gelosia non nasce nella coppia, ma molto prima. La gelosia è, in un certo senso, una delle prime emozioni relazionali che sperimentiamo. Compare nell’infanzia, spesso con l’arrivo di un fratello o di una sorella: improvvisamente l’attenzione si divide, e il bambino si scopre non più al centro.

È qui che si struttura un primo nucleo emotivo: l’idea che l’amore possa essere sottratto. E se questa esperienza non viene integrata in modo sano, può riemergere nelle relazioni adulte sotto forma di insicurezza, bisogno di controllo, paura dell’abbandono.

Non tutta la gelosia è negativa. Esiste una gelosia fisiologica, legata alle prime fasi dell’innamoramento, dove la relazione ha una dimensione quasi fusionale. È una fase temporanea, caratterizzata dal desiderio di esclusività.

La gelosia patologica si riconosce da alcuni segnali precisi: incapacità di tollerare l’autonomia dell’altro; bisogno costante di controllo; ansia e rabbia quando il partner vive esperienze indipendenti
ricerca ossessiva di conferme

Quando la gelosia cresce, l’altro perde la sua soggettività e diventa un oggetto. Non più una persona con una propria autonomia, ma qualcosa da trattenere, controllare, possedere.
Questo passaggio è cruciale. Ed è qui che la gelosia si avvicina a dinamiche più profonde studiate dalla psicoanalisi, a partire da Sigmund Freud, che parlava di gelosia proiettiva: ciò che non riusciamo a contenere dentro di noi viene proiettato sull’altro.

In termini più concreti: chi è profondamente insicuro tende a vedere tradimenti ovunque, anche in assenza di evidenze. È la logica della cosiddetta sindrome di Otello, ispirata alla tragedia di William Shakespeare, dove la gelosia diventa paranoia. 
Nei casi più estremi, la gelosia si trasforma in un bisogno compulsivo di sapere tutto dell’altro. 

Oggi, con le tecnologie digitali, queste dinamiche si sono amplificate. Non è raro che il controllo arrivi a livelli invasivi, fino all’utilizzo di strumenti informatici per accedere ai dati personali del partner.
Ma dietro questo comportamento non c’è forza: c’è fragilità. Una fragilità profonda, che si traduce in paura di perdere.

La gelosia patologica non si risolve con rassicurazioni. Non basta dire “non ti tradisco”. Perché il problema non è nell’altro, ma nella struttura interna di chi prova quella gelosia. 
Chi ha una solida fiducia interna sa che una relazione può anche finire senza che questo comporti la perdita della propria identità. Chi invece vive nella dipendenza emotiva percepisce l’altro come indispensabile. E da qui nasce il pensiero più pericoloso: senza di te non esisto.

Le cronache sono purtroppo piene di casi in cui la gelosia è stata il motore di atti estremi. Ma è importante comprendere che questi esiti non sono improvvisi: sono il punto finale di una dinamica che si costruisce nel tempo.
Il primo passaggio è la consapevolezza: riconoscere che quel bisogno di controllo non è amore, ma paura.
Il secondo è un lavoro più profondo, spesso con un supporto terapeutico, per comprendere l’origine di quella insicurezza. Perché, come sottolinea Cristina Ombra, la gelosia non è un difetto morale, ma una ferita.

E le ferite, se riconosciute, possono essere trasformate.

“È Tossico: Viaggio nelle Dipendenze e nei Comportamenti Devianti” è il mio libro in cui vengono trattate le forme di dipendenza, le cause, le possibilità di guarigione attraverso la consapevolezza.

Beatrice