La rubrica Spoiler – in formato podcast è cura della giornalista Beatrice Silenzi – direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
Victor Frankenstein, giovane scienziato svizzero ossessionato dal segreto della vita, riesce a infondere il soffio vitale in una creatura da lui realizzata assemblando parti di cadaveri. Tuttavia, non appena l’essere apre gli occhi, Victor inorridito fugge, abbandonandolo al suo destino.
Dotata di grande intelligenza e sensibilità, la creatura cerca inizialmente di integrarsi nel mondo e di ricevere affetto dagli esseri umani, ma viene ovunque scacciata e picchiata a causa del suo aspetto spaventoso.
Il rifiuto costante trasforma la sua natura originariamente buona in odio. Afflitta dalla solitudine, rintraccia il suo creatore, ponendogli un ultimatum: Victor dovrà dare vita ad un altro essere.
Lo scienziato, dopo aver inizialmente accettato, decide per paura di distruggere la seconda creatura, ma a quel punto il mostro per vendetta, uccide le persone più care a Victor: il suo migliore amico e la sua promessa sposa.
L’epilogo è tragico: lo scienziato, devastato dal dolore e dal rimorso, insegue la sua creatura fino ai ghiacci del Polo Nord dove viene soccorso da un capitano, Robert Walton, al quale racconta la sua storia prima di morire.
A sua volta tuttavia la creatura sopraffatta dal rimorso per la morte del suo creatore, decide di togliersi la vita dileguandosi tra i ghiacci.
Questa è la trama di Frankenstein, o il moderno Prometeo che viene pubblicato anonimo nel 1818. In realtà è scritto dalla diciannovenne Mary Wollstonecraft Godwin, moglie del poeta Percy Bysshe Shelley.
La struttura dell’opera in origine pubblicata in tre volumi, corrisponde anche a un crescendo emotivo: da romanzo di formazione, sfocia nell’horror e nel patetico per concludersi in tragediai Agatone non si è mai interrotto.
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“Impara da me quanto sia pericoloso acquisire conoscenza e quanto sia più felice l’uomo che crede che la sua città natale sia il mondo, di colui che aspira a diventare più di quanto la sua natura gli permetta”.
Il romanzo di Mary Shelley si presta a molteplici riflessioni.
La prima è su Victor Frankenstein, lo scienziato.
Il suo peccato è la superbia, quell’arroganza irresponsabile, che gli fa violare un tabù fondamentale: creare la vita, mettendosi al posto di Dio.
E la Shelley, figlia dell’illuminismo, non riserva un castigo divino al troppo ardire, optando per una punizione che si realizza per una concatenazione di cause naturali e scelte umane.
Victor stesso, prima di morire, riconosce di aver agito con ostinato orgoglio e ammonisce il capitano Walton e con lui l’umanità intera sulle conseguenze di un agire privo di scrupoli.
Il giovane scienziato ossessionato dal desiderio di spingersi “oltre i limiti della natura” per scoprire il segreto della vita, brama di realizzare ciò che nemmeno gli “spiriti più saggi” sono riusciti a ottenere.
“Ricordati che io sono la tua creatura; avrei dovuto essere il tuo Adamo, ma sono piuttosto un angelo decaduto che tu hai scacciato dalla gioia senza colpa”.
E come Adamo, il mostro non ha altri simili a sé, ma a differenza del progenitore biblico non nasce perfetto né protetto da un Dio amorevole anzi, ripudiato, diventa invidioso del bene altrui e ostile poiché escluso dalla felicità.
“Se non posso ispirare amore, seminerò la paura” e qui si apre la seconda riflessione, quella sulla creatura dalle orribili fattezze. Composta di pezzi di cadavere, ragiona, parla, soffre, desidera amare e odia. La tematica anticipa di due secoli dibattiti sull’intelligenza artificiale e sulla robotica: se un’entità non umana possiede autocoscienza e sentimenti, ha anche diritto ad una dignità morale?
La terza riflessione è incentrata sul dilemma di Victor Frankenstein che supplicato dalla sua creatura, come farebbe un figlio con il padre, inizia a costruire per lui una compagna, distruggendola in un secondo momento terrorizzato dall’idea di generare una “razza di demoni”.
Quale visione perseguire: quella compassionevole, per cui ogni essere senziente merita comprensione o quella conservatrice, per cui l’abominio deve essere soppresso per non alterare l’ordine naturale della vita?
E cosa sarebbe successo se Victor avesse mantenuto la promessa?
L’ultima riflessione risiede nell’abbandono, nella mancanza, nell’isolamento, situazioni che conducono alla follia, alla rovina e alla sofferenza, proprio come oggi accade nell’uomo moderno privo di legami e punti di riferimento.
Frankenstein è un romanzo sorprendentemente profondo e la vicenda suona come una distopia morale in cui ancora una volta, è la tracotanza della scienza a condurre l’essere umano alla catastrofe.
L’opera romantico-gotica è figlia del suo tempo ma presenta anche molti tratti originali: la prosa di Mary Shelley è sobria, meno arcaica di quella di altri romanzi precedenti, sebbene non manchino passaggi di intensa liricità e lessico ricercato.
Sono i personaggi a narrare la storia, e tutti si esprimono nel medesimo stile eloquente e filosofico, nonostante le loro diverse identità e l’uso della prima persona e del tempo passato rendono il tono confidenziale, come un memoir. Frankenstein è ricchissimo di riferimenti culturali ed è all’incrocio di molteplici tradizioni: la sua adesione al paradigma scientifico lo distingue dai soggetti letterari precedenti, gettando le basi per un filone letterario in cui la scienza è motore della trama.
Sono gli anni degli esperimenti del fisico Luigi Galvani e del nipote Giovanni Aldini che – stimolando con la corrente elettrica i tessuti necrotizzati di una rana e successivamente di un cadavere – suggeriscono che l’elettricità abbia un ruolo determinante nella vita biologica.
Tali esperimenti impressionano profondamente l’opinione pubblica e Mary Shelley stessa al punto che li rielabora nel concetto del “spark of being” – la scintilla vitale – che Frankenstein infonde alla creatura.
Il sottotitolo Il moderno Prometeo richiama la figura del titano greco che creò gli uomini plasmando dall’argilla e rubò il fuoco per donarlo loro: un benefattore dell’umanità dunque ma anche un trasgressore punito da Zeus.
Ed ora veniamo all’impatto culturale. Fin dal principio, il romanzo viene percepito come un unicum.
Walter Scott, nella sua recensione lo definisce un’“opera straordinaria” in cui l’autrice mostra “insoliti poteri di immaginazione poetica”, ma anche il pubblico ne è affascinato.
Nel corso dell’Ottocento e del Novecento, il romanzo, ed in particolare la creatura mostruosa diventa un cult e raccontata in numerosi film, fumetti, e adattamenti letterari.
Nel 1931 con il film omonimo diretto da James Whale e interpretato da Boris Karloff, l’immaginario popolare si focalizza su un archetipo che, in seguito, decine di pellicole rivisiteranno.
In letteratura, Frankenstein è stato precursore dei racconti di scienziati pazzi e creazioni fuori controllo, da Il fantasma dell’Opera a King Kong.
Nel 2019 la BBC lo ha inserito tra le 100 opere narrative più significative di tutti i tempi ed il nome stesso è entrato nel linguaggio comune per indicare creazioni mostruose sfuggite di mano ai propri artefici.
È interessante come spesso la parola venga usata per riferirsi non allo scienziato ma al mostro – segno che nell’immaginario popolare i due sono quasi fusi in un’unica entità, in un binomio inscindibile creatore-creatura.
Persino in ambito scientifico e giornalistico si parla di “Frankenstein foods” e se ne discute quando si parla di OGM o di clonazione.
“Fabbrica della Comunicazione. Il Linguaggio dei Media” è il mio libro sulla comunicazione e Media, in cui si parla anche di cinema.







