La rubrica Spoiler – in formato podcast è cura della giornalista Beatrice Silenzi – direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.

Sedersi a tavola con Socrate e partecipare a un evento unico dove parole ed astrazione si trasformano in drammaturgia.
Il Simposio è un dialogo. Ma chiamarlo semplicemente dialogo è riduttivo: è una drammaturgia del desiderio, è laboratorio filosofico in cui la parola si trasfigura in Idea, in cui non si racconta solo una cena.

Sedersi a tavola con Socrate, Aristofane, Alcibiade significa assistere alla nascita di una metafisica dell’amore che è ancora attuale. Siamo nel 416 a.C.
Fuori c’è Atene, una polis al culmine della propria influenza culturale, una città nervosa, una superpotenza che sta per giocare d’azzardo con la spedizione in Sicilia, sospesa tra lo splendore della sua chiara egemonia culturale e l’imminente baratro della guerra del Peloponneso.

Dentro, invece, in casa di Agatone, giovane e avvenente tragediografo che celebra la sua vittoria alle Lenee, l’atmosfera sembra leggera e raffinata. Si decide di non bere a oltranza per lasciare spazio alla parola. La scelta appare insolita per un rito sociale in cui il vino serve soprattutto a sciogliere i nodi dell’anima

È il resoconto di una notte di ebbrezza intellettuale che, da oltre duemila anni, è diventata specchio per ogni nevrosi sentimentale contemporanea, anzi, accettando, in qualità di lettori, di immergerci tra le pagine, scopriamo che, nei secoli, il banchetto in casa di Agatone non si è mai interrotto.

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Platone scrive il simposio intorno al 385 a.C., e lo costruisce con una tecnica di scatole cinesi, operando un filtraggio mnemonico che rende il testo una narrazione di una narrazione, come avviene per il cinema attraverso flashback continui che distanziano il lettore dall’evento al fine di assurgerlo a mito.

Tema centrale è Eros, ma l’approccio è differente per ciascun oratore, il quale, a sua volta rappresenta una diversa stratificazione della cultura greca: Fedro e Pausania rappresentano la tradizione aristocratica dunque Eros è la forza che spinge l’amante a compiere atti eroici per non sfigurare davanti all’amato.

Erissimaco, da medico vede l’amore come una forza cosmica di equilibrio, qui Eros è armonia tra opposti, una visione che anticipa la visione sistemica della realtà.
Aristofane, celebre commediografo esplicita il momento più alto della letteratura simbolica.

Attraverso il mito degli androgini (esseri sferici e completi, divisi da Zeus) fornisce la narrazione archetipica della mancanza: l’amore diventa la ricerca dell’interezza, dunque l’essere umano è un amputato metafisico, che desidera perché è stato diviso, che cerca l’altro per ricomporre.

Questa visione, tutt’altro che consolatoria, produce una immensa malinconia in cui l’amore viene vissuto come tentativo di guarire una mutilazione primordiale, un pessimismo ontologico che ha anticipato le intuizioni della psicoanalisi e della modernità che ha edulcorato il mito, trasformandolo nella banalizzazione della ricerca di un’anima gemella.

Infine la parola spetta a Socrate, la Voce dell’Autore, che entra in scena come un deus ex machina e che non parla a nome proprio, ma attraverso le citazioni e l’insegnamento di Diotima di Mantinea.
L’atto è decisamente rivoluzionario: il sapere supremo sull’amore viene da una donna, unica figura esterna e dunque non presente al banchetto maschile ed ella spiega il concetto di Eros come demone, come intermediario tra umano e divino. Diotima nega che Eros sia un dio.

Egli è un daimon, un intermediario tra umano e divino, figlio di Poros (l’astuzia) e di Penìa (la Povertà), perché Eros è insieme mancanza e risorsa.
Non possiede la bellezza, la desidera, esattamente come nella figura del filosofo: che ama la sapienza ma non la possiede.

Celebre è la “scala amoris” che descrive un percorso ascensionale: l’Attrazione per un corpo bello, il Riconoscimento della bellezza in tutti i corpi, l’Amore per la bellezza delle anime, l’Amore per leggi e istituzioni giuste. l’Amore per la conoscenza.
La Contemplazione del Bello in sé. Tuttavia, se il dialogo si chiudesse con Diotima, sarebbe un trattato metafisico, invece Platone introduce un colpo di scena teatrale: l’irruzione di Alcibiade.

Ubriaco, bellissimo, irrequieto, Alcibiade entra coronato di edera. Porta con sé l’eccesso dionisiaco.
Non parla di Eros in astratto: parla di Socrate.
Lo descrive come un Sileno, brutto fuori ma colmo di immagini divine dentro ed il suo discorso si compone di confessione e accusa. Ama Socrate, eppure Socrate non si lascia sedurre.

La tensione è al massimo livello: Alcibiade rappresenta l’essere umano che riesce ad intuire il Bene tuttavia resta prigioniero del potere e della carne ed il dialogo si chiude con un contrasto irrisolto rappresentato dall’ascetismo di Socrate e dall’urgenza passionale di Alcibiade.
È il punto in cui la filosofia incontra il naufragio dell’esperienza.

Il vino attraversa silenziosamente l’intera opera senza essere un puro elemento scenico, anzi, il simposio è regolato da un chiaro equilibrio tra acqua e vino, tra misura e dismisura.
E se l’acqua rappresenta il logos, il limite, il vino incarna il pathos, l’energia dionisiaca.
Alcibiade, ubriaco, dice verità scandalose che la sarebbero trattenute dalla sobrietà. 

“Fabbrica della Comunicazione. Il Linguaggio dei Media”  è il mio libro sulla comunicazione e Media, in cui si parla anche di cinema.

Beatrice