La rubrica Spoiler – in formato podcast è cura della giornalista Beatrice Silenzi – direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
La comprensione di E.T. l’extraterrestre richiede primariamente un’analisi della sua evoluzione. La pellicola è ancora oggi considerata uno dei migliori film di Steven Spielberg e, nel 1982 riuscì a sbaragliare tutti i concorrenti, diventando per ben 11 anni, il film con il maggior incasso di sempre, fino all’uscita di Jurassic Park nel 1993.
ET ha segnato un’epoca, è diventato fenomeno culturale in piena era reaganiana, pensato per le famiglie in netta contrapposizione con le atmosfere cupe e distopiche degli anni Settanta.
L’immagine della bicicletta volante davanti alla luna è simbolo stesso di quel sense of wonder, di quel senso di meraviglia e d’innocenza che piace a tutti. Spielberg, allora trentacinquenne, aveva già rivoluzionato l’industria del cinema grazie a Lo squalo (1975) a Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), a I predatori dell’arca perduta (1981).
Ancora una volta di raccontare un incontro con gli alieni sebbene su una strada diversa. ET è stato pensato come un racconto intimo, domestico, filtrato dallo sguardo di Elliot, del fratello maggiore Michael e della sorellina, interpretati rispettivamente dal giovanissimo Henry Thomas, da Robert MacNaughton e dalla piccola Drew Barrymore, di appena 7 anni.
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Dopo l’immenso successo di Incontri ravvicinati del terzo tipo, la Columbia Pictures premeva per un sequel che mettesse in evidenza gli aspetti più minacciosi del contatto alieno.
Il progetto iniziale dal titolo Night Skies, si ispirava a un evento di cronaca del 1955, in Kentucky, dove una famiglia denunciò l’assedio di piccole creature extraterrestri nella propria fattoria.
Nella sceneggiatura, in uno scenario brutale, emergeva come d’incanto, l’amicizia tra un alieno benevolo e un bambino autistico della famiglia assediata. In quegli anni, durante le riprese di I predatori dell’arca perduta in Tunisia, Spielberg, venne colto da una sorta di stanchezza spirituale nei confronti della violenza cinematografica, decise pertanto di isolare solo questo elemento di tenerezza, rispetto al progetto iniziale e concentrò tutta la narrazione sulla solitudine di un alieno abbandonato e sul vuoto emotivo provato da un bambino, figlio del divorzio.
La metamorfosi non fu solo un cambio di tono, ma una scelta per il regista che decise di mostrare “quanto gli alieni possano essere vulnerabili”.
Non solo, la scelta di Carlo Rambaldi per il design finale fu determinante: egli, allontanandosi dalle creature predatorie creò un essere che incorporava tratti di Albert Einstein, Ernest Hemingway e Carl Sandburg, conferendo a E.T. uno sguardo che non incuteva timore, semmai richiedeva protezione.
Questo slittamento estetico permise al film di trasformarsi in una storia in cui convivevano più tematiche: l’accettazione del diverso, la capacità dei bambini di superare molti pregiudizi rispetto agli adulti, presentare l’extraterrestre ricalcando una parabola cristica.
Dunque, quando Elliot trova E.T., non vede in lui un ambasciatore delle stelle, ma un essere da aiutare ed il loro legame diventa simbiotico e, per mantenere il mistero, Spielberg chiese che la creatura rimanesse indistinta per i primi venticinque minuti.
Elliott si sente un estraneo nella propria casa, dove il padre è fuggito in Messico con un’altra donna e la madre è emotivamente esausta e incapace di comprendere le difficoltà del figlio.
Molto dell’impatto emotivo sul pubblico, derivò da una rigorosa impostazione volta a catturare la realtà dal punto di vista dell’infanzia.
Regista e direttore della fotografia adottarono una strategia visiva vincente: la macchina da presa fu quasi costantemente posizionata a un’altezza di circa un metro e venti centimetri, allineandosi allo sguardo di un bambino di dieci anni, per cui gli adulti vengono spesso inquadrati dal busto in giù, privati di volto ed identità, sono loro i veri alieni, presenze minacciose, giganti incomprensibili.
Nonostante le dichiarazioni del regista sulla mancanza di un’intenzione religiosa conscia (motivata anche dalla sua eredità ebraica), E.T. è stato largamente riconosciuto come una delle più potenti allegorie cristiane del cinema contemporaneo.
La struttura del film ricalca con precisione quasi millimetrica il Vangelo: un essere celeste scende in un mondo di tenebra, vive una vita di pace circondato da pochi “discepoli” eletti (i bambini), compie miracoli di guarigione, viene perseguitato e ucciso dalle autorità costituite, risorge e infine ascende al cielo.
L’iconografia del film è satura di riferimenti all’arte sacra occidentale. Il poster originale, che mostra il contatto tra le dita di Elliott ed E.T., è un’inversione della Creazione di Adamo di Michelangelo nella Cappella Sistina.
Il suo “cuore luminoso” richiama l’iconografia cattolica del Sacro Cuore di Gesù, simbolo di un amore e compassione per la miseria umana.
L’extraterrestre è un “Datore di Vita” : il suo dito luminoso non è un’arma, ma uno strumento che guarisce le ferite fisiche e resuscita la natura morta (i fiori).
La “passione” di E.T. avviene per mano della scienza e dello Stato.
La sequenza in cui il governo sigilla la casa di Elliott per trasformarla in un’unità medica è una delle più terrificanti del cinema di Spielberg: il potere sovrano sospende la legge ordinaria (la sacralità della proprietà privata e del domicilio) in nome di un’emergenza superiore.
La casa cessa di essere un rifugio domestico per diventare quello che Agamben definisce “il campo”: una zona di indistinta dove la vita dei cittadini è ridotta a “nuda vita” manipolabile dal potere politico e scientifico.
L’agonia di ET, monitorata da macchine e scienziati dal volto oscurato, rappresenta una forma moderna di crocifissione dove il camice bianco sostituisce la corazza del legionario romano.
L’ascensione finale ha la potenza di un evento spirituale: dopo un rocambolesco inseguimento, avviene quando i suoi simili tornano a prenderlo ed è segnata da un arcobaleno che sigilla un patto tra terra e cielo e conclude la parabola del “Messia stellare”.
La partenza di E.T. non è un abbandono, ma il compimento di un percorso di crescita: “io sarò sempre qui” dice l’alieno puntando il dito luminoso sulla fronte del bambino, la stessa frase con cui Elliott l’ha rassicurato più volte ed apprende che l’amore può sopravvivere alla separazione fisica, una lezione vitale per ogni figlio del divorzio che deve imparare a interiorizzare le figure d’affetto perdute.
Al cuore del film non c’è solo un alieno, ma anche un trauma reale di un bambino che vive la dissoluzione della propria famiglia, situazione vissuta da Spielberg stesso che ammise quanto gli sarebbe piaciuto avere un amico immaginario che lo aiutasse a superare il divorzio dei suoi genitori.
Sempre immenso John Williams, autore ancora una volta di una colonna sonora memorabile che, con le sue partiture giganti, trasforma una fuga in bicicletta che vola davanti alla luna piena in una delle scene più celebri dei film di fantascienza: è il volo dell’immaginazione dei più piccoli, che rompe le catene delle leggi della fisica.
Con ET, Steven Spielberg ha realizzato una fiaba e allo stesso tempo ha regalato al pubblico un esorcismo contro la solitudine, confezionando con la perfezione di un prodotto commerciale, una pellicola che, miracolosamente, ha ancora oggi un’anima e il famoso dito luminoso puntato sulla fronte non è solo un effetto speciale da Oscar, è il segno di un trasferimento di responsabilità: l’extraterrestre torna alle stelle, ma lascia sulla Terra la consapevolezza che crescere significa imparare a dire addio a ciò che ci ha salvato la vita quando eravamo troppo piccoli per farcela da soli.
“Fabbrica della Comunicazione. Il Linguaggio dei Media” è il mio libro sulla comunicazione e Media, in cui si parla anche di cinema.







