La rubrica Liberi dalle Dipendenze – in formato podcast è cura della giornalista Beatrice Silenzi – direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.

Efficienza, determinazione e capacità di apparire sono parte della nostra epoca. In ambito lavorativo, sociale e persino affettivo, spesso ci viene richiesto di dimostrare competenza, sicurezza e padronanza di gestire le emozioni.
Essere performanti non è più soltanto un valore aggiunto, ma una condizione necessaria per sentirsi legittimati nel proprio ruolo ed in questo scenario può insinuarsi una peculiarità potenzialmente destabilizzante: il senso di onnipotenza.

E, dal momento che non si tratta di un fenomeno eclatante o facilmente riconoscibile, ma, al contrario una modalità che si manifesta in modo silenzioso, mascherata da elevata autostima, il confine tra una fiducia sana in sé stessi e una percezione distorta delle proprie capacità è sottile, ma cruciale.

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Quando la sicurezza personale si allontana dalla realtà e si trasforma nella convinzione di poter controllare ogni evento, relazione e risultato, si entra in un territorio fragile, che può compromettere il benessere individuale e relazionale.

Ma cos’è il senso di onnipotenza?
È una condizione psicologica in cui l’individuo tende a sopravvalutare il proprio potere, le sue capacità decisionali e la propria influenza sugli eventi.
Chi ne è coinvolto sviluppa la convinzione, inconsapevole, di avere sempre ragione, di non poter sbagliare o di non avere bisogno del contributo degli altri e, in alcuni casi, questa percezione si traduce in una difficoltà ad accettare critiche, limiti o punti di vista differenti.

Dal punto di vista teorico, l’origine di queste dinamiche sono da ricondurre alle prime fasi dello sviluppo, nei primi anni di vita del bambino vissuti in una naturale esperienza di centralità: in cui i suoi bisogni sono immediatamente soddisfatti e il mondo sembra rispondere alle sue richieste.
Ma se questa fase è fisiologica e necessaria per lo sviluppo dell’identità, quando il processo di separazione, frustrazione e riconoscimento dell’altro non viene interiorizzato in modo adeguato, possono rimanere tracce di quella sensazione di controllo assoluto anche in età adulta.

Dunque in chiave evolutiva, il senso di onnipotenza può essere letto come una strategia difensiva: dietro l’illusione di potere e autosufficienza si nascondono spesso vissuti di insicurezza, paura o impotenza non elaborati, mentre l’individuo utilizza il controllo come argine contro l’ansia e la vulnerabilità.
Tuttavia, nel tempo, tale lente interpretativa rischia di deformare la percezione della realtà, rendendo difficile il confronto autentico con gli altri e con i propri limiti.

Riconoscere in sé il senso di onnipotenza non è immediato, perché raramente si manifesta in forme estreme.
Più spesso emerge attraverso comportamenti quotidiani, apparentemente funzionali, che però rivelano una rigidità di fondo e uno dei segnali più comuni è la tendenza a sopravvalutare le proprie competenze, atteggiamento che porta a decisioni impulsive o eccessivamente ottimistiche, soprattutto in contesti complessi o ad alta responsabilità.

Oppure la difficoltà ad accogliere le critiche, per cui il confronto viene vissuto come una minaccia all’immagine di sé, piuttosto che come un’opportunità di crescita.
Oppure la fatica nel riconoscere l’altro come interlocutore alla pari, per cui le relazioni diventano asimmetriche: l’ascolto lascia spazio al bisogno di affermazione, e il dialogo si trasforma in una competizione implicita.

Affrontare il senso di onnipotenza non significa colpevolizzarsi o rinunciare alla propria forza. Il primo passo è riconoscere la presenza di queste dinamiche con uno sguardo non giudicante.
Quando una persona è convinta di sapere sempre cosa è giusto, lo spazio per il confronto si riduce e l’altro smette di essere un soggetto con una propria esperienza e diventa un elemento funzionale alla conferma di sé.
Questa dinamica genera distanza emotiva, frustrazione e conflitti latenti.

Chi si relaziona con una persona fortemente orientata al controllo si sente svalutato, invisibile o costantemente in secondo piano e, nel lungo periodo, la mancanza di reciprocità erode la fiducia e compromette la qualità del legame.
Ridimensionare il proprio senso di onnipotenza non significa rinunciare alla propria efficacia, ma orientarla in modo più gestibile: riconoscersi limiti non è un atto di debolezza, ma una forma di maturità e la vera autorevolezza nasce dalla capacità di ascoltare, di mettersi in discussione e di accogliere la complessità.

La fiducia in sé stessi non si oppone al dubbio: al contrario, si rafforza quando è sostenuta dalla consapevolezza e dall’umiltà.
Ritrovare l’equilibrio tra autostima e realtà è un processo che richiede tempo e impegno, ma apre la strada a una libertà più profonda: quella di vivere in modo autentico, presente e coerente con ciò che si è davvero.

E se vuoi approfondire le dinamiche di dipendenze e comportamenti devianti, anche sul web, ti consiglio il saggio: È Tossico: Viaggio nelle Dipendenze e nei Comportamenti Devianti

Beatrice