La rubrica Spoiler – in formato podcast è cura della giornalista Beatrice Silenzi – direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
Ed Gein altrimenti conosciuto come “Il Macellaio di Plainfield” arrestato nel 1957, è stato ispiratore di Psyco, libro dello scrittore Robert Bloch.
L’assassino, che nella sua casa conservava macabri trofei fatti con resti umani dissotterrati dai cimiteri, inclusi teschi, maschere di pelle umana e utensili domestici, infatti viveva a circa 60 km da lui.
Come per Norman Bates, celeberrimo Psyco cinematografico di Alfred Hitchcock, tratto dal romanzo di Bloch, anche Ed Gein era dominato da una madre fanatica religiosa, la cui morte lo aveva portato a un crollo mentale e a un’ossessione per il suo ricordo.
Psyco, il film, prende forma alla fine degli anni Cinquanta come esperimento. Sfidando la diffidenza della Paramount, il regista ne finanziò personalmente la realizzazione, girandolo in bianco e nero con budget ridotto e con la troupe della sua serie televisiva: una scelta estetica che richiama il cinema horror classico e conferisce al film un’aura più realistica, moderna, inquietante.
L’uscita fu accompagnata da un innovativo marketing promozionale espresso proprio dalla campagna pubblicitaria che recitava chiaramente: “Non vi sarà permesso di entrare dopo l’inizio del film. Nemmeno se siete il fratello del direttore o il Presidente degli Stati Uniti!”.
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Ciò che ha reso Psyco davvero rivoluzionario è stata l’audacia con cui venne sfidato il Codice Hays (la censura cinematografica statunitense) ed affrontati temi tabù impensabili per quegli anni, ma da questa modernità anonima, il film conduce lo spettatore in un mondo oscuro e periferico, fuori dalla geografia, in un vecchio motel isolato lungo una strada secondaria, ombra di un’America lasciata indietro dallo sviluppo delle nuove autostrade.
In un’intervista rilasciata a François Truffaut, Hitchcock definì il film un esperimento per sconvolgere il pubblico emotivamente, affermando che ciò che lo attirava maggiormente era “il modo improvviso in cui si commette un omicidio sotto la doccia, del tutto imprevisto e per questo interessante”.
Considerata una delle scene più traumatizzanti e rivoluzionarie della storia del cinema, non aveva lasciato indenne neppure la protagonista Janet Leigh che ancora parecchi anni dopo dichiarava di non essere più riuscita a fare una doccia, preferendo invece il bagno in vasca e con la porta ben in vista.
Il contrasto tra l’individualismo e repressione, tra Marion quale emblema della donna americana pronta a infrangere la legge e Norman, maschile fragile, infantile, psicotico.
Il motel è la soglia tra due mondi: quello della modernità impersonale e quello dell’anacronismo malato, dell’America dimenticata.
La violenta morte di Marion nella doccia spezza la narrazione e le aspettative dello spettatore: la protagonista muore al minuto 47, prima della metà del film, un passaggio che segna un momento storico nel cinema: mai prima d’allora una figura centrale veniva eliminata così bruscamente, in anticipo rispetto alla conclusione.
Il colpo di scena disorienta, costringendo il pubblico a ricalibrare la propria attenzione sulla vera oscurità che si cela nel motel e nella mente di Norman.
L’omicidio è la risposta patologica di Norman a un erotismo percepito come minaccia: osserva Marion attraverso un foro nel muro, in un atto di voyeurismo che denuncia una sessualità malata e repressa, prima di colpirla travestito da madre.
La follia è forma estrema di difesa dal desiderio e dal senso di colpa, generata dal crollo dell’autorità simbolica.
“Tutti diventiamo un po’ matti, a volte”, dice Norman: una frase innocua ed inquietante: se il male non ha più un volto riconoscibile, se può annidarsi dietro la cortesia di un volto qualunque, allora la società stessa è vulnerabile, priva di difese.
Lo stesso Anthony Perkins rimase suo malgrado legato al personaggio di Norman Bates, rendendo difficile per autori e registi stessi vederlo in ruoli diversi.
La sua immagine pubblica rimase sempre segnata da quel ruolo, e la sua vita privata, inclusa la lotta contro l’AIDS, fu tenuta segreta fino alla fine, aggiungendo un ulteriore strato di complessità e solitudine alla sua figura.
In Psyco non vi è alcuna dimensione spirituale: Dio è assente, nessuna redenzione è possibile. L’universo è dominato dal caso, dall’istinto, dalla follia. Le colpe sono nascoste, sommerse come l’auto di Marion che affonda nella palude. Una palude reale e simbolica: luogo dell’inconscio, pozzo dell’oblio dove si seppelliscono le tracce del male.
Sul piano tecnico, il film rappresenta una vetta insuperata. Il montaggio dell’omicidio nella doccia (45 secondi, 52 tagli, 77 angolazioni, girato in una settimana) è un saggio di regia.
L’uso dello sciroppo di cioccolato come sangue, la musica stridula di Bernard Herrmann (che Hitchcock stesso ammise essere responsabile del “33% del successo del film”), la fotografia in bianco e nero di John Russell che richiama il noir e l’espressionismo tedesco, sono elementi imprescindibili.
“Fabbrica della Comunicazione. Il Linguaggio dei Media” è il mio libro sulla comunicazione e Media







