Per molto tempo si è sostenuto che la cannabis non creasse vera dipendenza. Oggi sappiamo che non è così.
È vero che non provoca una dipendenza fisica paragonabile a quella di oppiacei o alcol, ma genera con frequenza una significativa dipendenza psicologica.
Questa forma di dipendenza si manifesta quando la sostanza diventa uno strumento costante per regolare l’umore, ridurre l’ansia, sfuggire alla noia, al vuoto o a emozioni difficili da gestire.
Il problema non è la singola canna occasionale, ma l’uso ripetuto e routinario. Quando fumare diventa un gesto automatico – dopo il lavoro, prima di dormire, nei momenti di stress o di solitudine – la cannabis smette di essere una scelta e diventa una necessità.
È in quel passaggio silenzioso che nasce la dipendenza: non quando “ne hai voglia”, ma quando non riesci più a farne a meno per sentirti normale.
L’uso prolungato di cannabis può incidere su diversi aspetti della vita psicologica, tra cui riduzione della motivazione, difficoltà di concentrazione, rallentamento cognitivo e una maggiore tendenza all’isolamento. Molti consumatori abituali riferiscono una sensazione di appiattimento emotivo: meno picchi di dolore, ma anche meno entusiasmo, meno desiderio, meno slancio.
La cannabis può agire come un anestetico. Spegne l’ansia nel breve termine, ma impedisce di affrontarne le cause profonde. Con il tempo, questo meccanismo può aumentare la fragilità emotiva: senza la sostanza, la persona si sente più nervosa, irritabile, inquieta.
Non perché “stia peggio di prima”, ma perché non è più allenata a stare dentro le proprie emozioni.
In alcuni soggetti predisposti, soprattutto giovani, l’uso frequente può aggravare sintomi depressivi, stati di derealizzazione, attacchi di panico o episodi psicotici.
Smettere di farsi le canne non è difficile solo per la sostanza in sé, ma per ciò che essa rappresenta.
Per molti, la cannabis è un rifugio emotivo, una pausa dal rumore mentale, un modo per sentirsi “al sicuro”. Rinunciarvi significa esporsi di nuovo a tutto ciò che si stava evitando: stress, vuoto, frustrazione, conflitti interiori.
C’è poi una dimensione identitaria. In certi ambienti, fumare è parte di un linguaggio, di una socialità, di un modo di stare al mondo. Smettere può significare sentirsi fuori posto, perdere un ruolo, rimettere in discussione relazioni e abitudini. Non è un semplice cambio di comportamento, ma una trasformazione più profonda.
Ogni percorso di cambiamento inizia con un atto di consapevolezza. Non serve arrivare al fondo per chiedersi se la cannabis sta occupando troppo spazio nella propria vita.
Alcune domande chiave possono aiutare:
– Fumo per scelta o per automatismo?
– Riesco a stare bene anche senza?
– Uso la cannabis per evitare emozioni o problemi?
– Ho rinunciato a qualcosa di importante per fumare?
Rispondere onestamente è già un primo gesto di libertà. Non si tratta di giudicarsi, ma di osservare.
La psicoterapia può aiutare, non tanto per “togliere la canna”, quanto per comprendere il ruolo che essa ha avuto nella vita della persona.
Un altro aspetto fondamentale è la gestione dei momenti critici: noia, stress, solitudine. Imparare a tollerare il disagio, senza anestetizzarlo subito, è una competenza che si può allenare.
Tecniche di mindfulness, respirazione consapevole, attività fisica regolare e scrittura riflessiva aiutano a ritrovare contatto con il corpo e con la mente in modo più sano.
Smettere di fumare significa anche modificare il contesto. Cambiare ambiente, anche in modo parziale, può fare una grande differenza.
Un punto cruciale è il rapporto con le ricadute. Colpevolizzarsi rafforza il ciclo della dipendenza. Comprendersi, invece, lo indebolisce.
Smettere di farsi le canne, per molti, non è una rinuncia ma una conquista. Significa scegliere di sentire di più, anche quando fa male. Significa accettare la complessità della vita senza filtri chimici costanti.
In un’epoca che promette soluzioni rapide a ogni forma di disagio, smettere di anestetizzarsi è un atto controcorrente.
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